Spartacus Quirinus e’ un fascista (ha reso Kilombo la Pravda degli aggregatori di sinistra)

novembre 11, 2008
guerrillaradio
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Per farla finita col giudizio di Kilombo, lettera a Dacia Valent.

Hola Dacia,
come stai?

A Gaza in questi giorni la corrente va e viene,
per scriverti questa mia breve mi sto avvalendo di un piccolo generatore a benzina di fortuna.

Forse sto cercando di farmi buttare fuori da Kilombo,
troppo esplicito dici?
Non posso fare diversamente, in un aggregatore che mi ha censurato e osa definirsi di sinistra.

Come ben saprai, ho ben altro da fare qui che mettermi a bisticciare come un poppante con un essere di tale bassezza del genere umano come sto spartacus.

Ma proprio non riesco a digerirla,
nel momento in cui mi sono impegnato a trovare un pò di tempo nelle mie giornate per cercare un contatto con l’Italia,
illudendomi di trovare terreno fertile in certi ambienti sinistri (non più di sinistra) per sensibilizzare alla causa, causa morale di diritti umani innanzitutto, ecco che mi colpisce la pratica che va più di moda nei regimi dittatoriali,
censura.

Spero mi sbattino fuori, perchè io non demordo, e un poco mi meraviglio di te, di dico la verità.
Continuerò ad affiancare il nazismo ad Israele, come fra l’altro hanno fatto premi nobel e personalità intellettuali ben più rilevanti di me, ebrei e non,
sinchè Israele con il suo esercito, il suo governo sionista, i suoi coloni nazistoidi,
e una società che sostiene apertamente l’apartheid,
non la pianteranno di comportarsi come dei nazisti.

Potrei morire domani stesso o finire in carcere per chissa che pezzo.
Ma i miei aguzzini non potranno mai tappare la voce della mia anima,
quella che qui intrisa di sangue innocente combatte per un mondo più giusto.

tuo Vik

http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Avviso d’incendio

giugno 11, 2008
di

Valentino Parlato
Rossana Rossanda

Oggi il manifesto si è vestito di nuovo, più pulito, più ordinato, più elegante. Non che a indossarlo sia un bel ventenne, abbiamo i nostri 37 anni, difficile definirci splendidi quarantenni, abbiamo più che rughe qualche livido. Viviamo nell’incubo di un debito pesante e siamo persino in «stato di crisi» con la cassa integrazione a rotazione. Ma siano inossidabili, questo è certo. E rilanciamo. Diceva un adagio spagnolo che un gentiluomo dev’essere sempre in condizione di incontrare il suo amore, la sua morte, il suo re. Eccoci pronti. Il nostro amore lo abbiamo un poco perduto di vista ma sta qui intorno da qualche parte. Con la nostra morte siamo avvezzi a batterci un paio di volte all’anno. L’attuale re si tratta di sbalzarlo da cavallo prima che lui sbalzi noi. Non ce la faremo da soli, ma dobbiamo metterci più sprint. A questo ci attrezziamo.
L’Italia va incontro ai tempi più oscuri da quando è nata la repubblica. Ha mandato spensieratamente a Palazzo Chigi un governo di fascistoidi, bugiardi e corruttori. Fascistoidi non solo perché siamo il solo paese in Europa la cui Camera è presieduta da un ex missino e la capitale idem, ma perché il peggio della destra – razzismo, superomismo, arroganza, disprezzo per la democrazia, vaghe idee ma ostili alla Costituzione, populismo, «noi tireremo diritto», balle tipo trecentomila fucili pronti a sparare, il ricatto come metodo dei rapporti – sta dilagando senza fare scandalo, come se un po’ di fascismo quotidiano fosse ovvio e comunque disinnescato. E poi, bugiardi, una cosa dicono oggi e ritirano domani, nella persuasione che basti affermarla due volte ergendo il petto perché sia vera. E corruttore il loro leader, scampato alla giustizia solo in grazia alle prescrizioni perseguite dai suoi avvocati, il più vanesio e ridicolo dei capi di stato del continente – e non è che ne manchino.
Al potere da poche settimane, questo governo ogni giorno ne tira fuori una – ha già ridetassato chi ha una casa per ingraziarsi chi qualcosa possiede e va strillando in tv che le pensioni costano il 60 per cento della spesa pubblica mentre sono pagate dai lavoratori fino all’ultimo euro. Agita la galera per l’affamato che riesce ad aggrapparsi fino alle nostre sponde e per chi non si presenta al lavoro nel pubblico impiego. Il premier vagheggia l’uso dell’esercito per le popolazioni del sud strette fra la discarica sotto casa e le forze armate che gli impongo di lasciarvela mettere, mentre dopo la prima devastazione voluta da Veltroni delle povere baracche di un campo romeno, abbiamo un pogrom spontaneo alla settimana. Alemanno ha giurato di far fuori da Roma tutti gli immigrati clandestini, cioè tutti quelli che non sono venuti con un contratto in mano, e Maroni insiste che chi non lo ha vada dentro da sei mesi ai quattro anni. Già succede in Francia, ha detto – e tutti zitti. Finché Sarkozy ha spiegato a Berlusconi che questa è una disposizione mai applicata una volta, non essendosi trovato un Pm che abbia la faccia di chiederla. E poi, osservano coraggiosamente i democratici, è più facile cacciare gli immigrati senza processo che con, e cacciarli in fretta è quel che conta. Con l’amico Sarkozy il nostro presidente avrebbe già cambiato a fine settimana le nostre cosiddette missioni di pace in esplicite missioni di guerra per far contento l’amico Bush se proprio l’altro ieri Obama non avesse vinto le primarie dei democratici e va a capire se non lascia Iraq e Afghanistan per primo. E sempre Berlusconi avrebbe già fissato il viaggio dall’amico Olmert se questi non fosse sulla via dell’uscita anche lui per corruzione.
Sarebbe un governo pessimo come altri, se ci fosse una opposizione come altre, che non si felicitasse con il premier ogni due giorni, ricevendo in cambio congratulazioni per le sue buone maniere. Ratzinger, che da giovane ne ha viste altre, fa sapere di essere tutto contento per il «clima» che vige oggi in Italia. Trovarne uno che alle prodezze della Lega sbotti: Ma questa è una vergogna! No, uno c’è, Massimo Cacciari, ora che i serenissimi vogliono impedire un quartiere per i sinti, ancorché siano italiani e paghino le tasse da decenni. Ma non c’è una società civile che scenda in piazza a dire: Questo è troppo. Basta qualche decina di leghisti a Mestre per bloccare un cantiere, perché Venezia dorme, non vede, non sente.
Questo è il guasto profondo, e in atto da tempo. La tempesta elettorale ha solo reso evidente un processo di egoismo, e incarognito, che ha portato l’Italia a essere il solo paese d’Europa che ha tutta la destra al governo e tutta la sinistra fuori dal parlamento. Non ce ne sono altri. E se questo è successo, qualche responsabilità l’avremo avuta pure noi nel nostro piccolo. Per distrazione, per sufficienza, perché «rivoluzione o niente», per stanchezza – siamo in campo da quasi quarant’anni, troppo modesto distributore di contravveleni.
Il peggio che avviene nelle situazioni simili alla nostra è il pensare di non farcela, che tanto tutto è inutile, vero motivo della disaffezione di chi scrive e di chi legge, mentre le piccole ferite che ognuno si sente bruciare sulla pelle a forza di tirare la carretta non aiutano a liberarsi dai vecchi vizi e dai vecchi vezzi. Come potrebbe essere diverso con l’aria che tira? Anche il manifesto ha avuto le sue linee d’ombra, i suoi momenti di spleen.
Ma non c’è più tempo per lo spleen. Si sente puzza di fuoco, mettiamo fuori il cartello «Avviso di incendio!» come Walter Benjamin nella repubblica di Weimar, era il 1926. Non fu molto ascoltato. Noi abbiamo meno genialità ma più lettori di quel profetico infelice. E avvertiamo compagni ed amici – si diceva una volta – che chi ha adesso le redini del paese non farà prigionieri, come ebbe a dire Previti. A lui non è andata bene. Perché non vada bene ai suoi consoci, il manifesto riparte ancora una volta.
Dateci una mano.

Un articolo di Jimmy Carter sui palestinesi: un crimine contro i diritti umani

giugno 1, 2008

di Jimmy Carter – 12/05/2008

Il mondo sta assistendo a un terribile crimine contro i diritti umani a Gaza, dove un milione e mezzo di esseri umani vengono tenuti prigionieri senza quasi nessun accesso al mondo esterno. E’ un’intera popolazione a essere brutalmente punita.

Questo macroscopico maltrattamento dei palestinesi di Gaza è stato drammaticamente intensificato da Israele, con l’aiuto degli Stati Uniti, dopo che i rappresentanti politici di Hamas avevano conquistato, nel 2006, la maggioranza dei seggi nel parlamento dell’Autorità Palestinese. Quelle elezioni vennero unanimemente giudicate eque e oneste da tutti gli osservatori internazionali.
Israele e gli Stati Uniti hanno rifiutato di accettare il diritto dei palestinesi a formare un governo di unità nazionale con Hamas e Fatah e ora, dopo una lotta intestina, è solo Hamas che controlla Gaza. Quarantuno dei quarantatre candidati vittoriosi di Hamas che vivevano in Cisgiordania sono stati imprigionati da Israele, più altri dieci che avevano assunto incarichi nel governo di coalizione dalla breve vita.
A prescindere dalle valutazioni personali sulla lotta intestina tra Fatah e Hamas all’interno della Palestina occupata, dobbiamo ricordare che le sanzioni economiche e le restrizioni sul rifornimento di acqua, cibo, elettricità e carburante stanno provocando sofferenze estreme tra la popolazione innocente di Gaza, di cui un milione circa è costituita da profughi.
Le bombe e i missili israeliani colpiscono la zona regolarmente, provocando un alto numero di vittime sia tra i militanti che tra le donne e i bambini innocenti. Prima dell’uccisione, di cui si è molto parlato, di una donna e dei suoi quattro bambini la scorsa settimana, questa situazione era stata illustrata da un rapporto di B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, secondo la quale sono stati uccisi 106 palestinesi tra il 27 Febbraio e il 3 Marzo. Cinquantaquattro di essi erano civili, e 25 avevano meno di 18 anni.
 
Nel corso di un recente viaggio in Medio Oriente, ho cercato di acquisire una migliore conoscenza della crisi. Una delle mie visite è stata a Sderot, una comunità di circa 20.000 persone nel Sud d’Israele, frequentemente colpita dai razzi lanciati dalla vicina Gaza. Ho condannato tali attacchi come abominevoli atti di terrorismo, poiché la maggior parte delle 13 vittime – negli ultimi 7 anni – erano non-combattenti.
In seguito, mi sono incontrato con alcuni capi di Hamas – una delegazione proveniente da Gaza e i vertici dell’organizzazione residenti a Damasco. Ho espresso loro la medesima condanna, e li ho spronati a dichiarare un cessate-il-fuoco unilaterale, o a concordare con Israele un accordo reciproco per far cessare ogni azione militare all’interno o nei pressi di Gaza per un lungo periodo.
Mi hanno risposto che in passato un tale passo da parte loro non è stato ricambiato, e mi hanno ricordato che Hamas aveva a suo tempo insistito per un cessate-il-fuoco in tutta la Palestina, incluse Gaza e la Cisgiordania, proposta rifiutata da Israele. Dopodiché Hamas inoltrò una proposta pubblica di cessate-il-fuoco reciproco limitato alla sola Gaza, anch’essa respinta da Israele.
Vi sono argomenti appassionati, espressi da entrambe le parti, sulle colpe per la mancanza di pace in Terra Santa. Israele ha occupato e colonizzato la Cisgiordania palestinese, la cui estensione equivale a circa un quarto della nazione israeliana. Alcune fazioni religiose israeliane rivendicano un diritto alla terra su entrambe le rive del Giordano, altre ancora sostengono che i loro 205 insediamenti - per complessive 500.000 persone – sono necessari per la “sicurezza”.
Tutte le nazioni arabe hanno acconsentito a riconoscere Israele senza riserve se essa accetterà le risoluzioni-chiave delle Nazioni Unite [che la riguardano]. Hamas ha accettato ogni accordo di pace tra il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, e il primo ministro israeliano Ehud Olmert, purché venga sottoposto all’approvazione di un referendum da parte del popolo palestinese.
In questo c’è una promessa di progresso ma, nonostante la breve fanfara e le dichiarazioni ottimiste della conferenza di pace lo scorso Novembre a Annapolis, il processo di pace è regredito. Sono state annunciate 90.000 nuove unità abitative israeliane nei territori occupati; il numero dei blocchi stradali dentro la Cisgiordania è aumentato; e lo strangolamento di Gaza è stato rafforzato.
E’ normale che altri leader si rimettano alla volontà degli Stati Uniti quando i negoziati di pace sono cruciali, ma il mondo non può rimanere passivo mentre gli innocenti vengono trattati in modo crudele. E’ tempo che le voci forti in Europa, negli Stati Uniti, in Israele e altrove parlino senza paura e condannino la tragedia umanitaria che ha colpito il popolo palestinese.
Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/may/08/israelandthepalestinians
 

 

Israele? Razzista come il vecchio Sud Africa. Intervista a Haidar Eid

maggio 31, 2008

di Anna Weekes (a cura di) – 20/03/2008
Quella che segue è un’intervista di Anna Weekes con Haidar Eid, professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Al-Aqsa, nella Striscia di Gaza.

Anna Weekes: Qual è la situazione corrente nella Striscia di Gaza?

Haidar Eid: Non si può parlare della situazione nel ghetto di Gaza senza sentirsi scoraggiati. Quello che sta accadendo qui è un lento genocidio che avviene davanti agli occhi di un mondo assai indifferente.

L’assedio di Gaza e la punizione collettiva illegale e continuativa dei suoi residenti da parte di Israele ha provocato l’aumento vertiginoso dei prezzi dei viveri. Molti generi alimentari, medicine e altri beni, come il materiale da costruzione, non sono più disponibili. Non ci sono più scorte disponibili per 91 farmaci. Gli ospedali denunciano la mancanza totale di farmaci pediatrici, di antibiotici, di farmaci per le malattie croniche, di farmaci anticancro, di una gamma di farmaci per la dialisi renale e per la soluzione di glucosio IV. Inoltre, c’è carenza di macchinari per la dialisi renale. C’è un aumento della diarrea tra i bambini e c’è la possibilità di insorgenze di febbri tifoidi e di epatiti se il blocco non viene tolto. E la chiusura dei valichi di confine ha provocato la morte di dozzine di palestinesi che avevano urgente bisogno di cure, inclusi alcuni malati terminali di cancro, cui è stato negato l’ingresso in Israele o in Egitto da parte dello Shin Bet [il servizio segreto israeliano]. E’ stato anche negato l’accesso a dozzine di altri malati negli ospedali di Israele, dell’Egitto, della Giordania e della Cisgiordania. Trentotto di loro, bambini inclusi, sono morti nelle ultime due settimane. Mille di questi malati stanno per morire!

Il carburante sta diventando raro e costoso. La chiusura delle fabbriche ha provocato la perdita di più di 80.000 posti di lavoro. Non c’è bisogno di dire che nel frattempo, le forze di occupazione israeliane continuano a bombardare e ad attaccare Gaza, uccidendo i palestinesi, principalmente bambini e civili, in modo indiscriminato.

AW: E’ ancora possibile la soluzione dei due stati?

HE: No. Permettetemi di ricordarvi la risoluzione adottata dal Convegno Mondiale Contro il Razzismo (WCAR) del Forum delle associazioni non-governative tenutosi a Durban, in Sud Africa, nel Settembre del 2001. Essa afferma chiaramente che “Israele [è] uno stato razzista e di apartheid, in cui il marchio dell’apartheid – in quanto crimine contro l’umanità – è stato caratterizzato da separazione e segregazione, espropriazione e accesso ristretto alla terra, snazionalizzazione, “bantustanizzazione”, e atti disumani”.

La costituzione di uno stato palestinese indipendente e sovrano all’interno dei confini del 1967 è impraticabile. Un sistema tipo Bantustan non garantisce una pace globale. Non l’ha garantita nel Sud Africa dell’apartheid. Ironicamente, perciò, quello cui gli accordi di Oslo (firmati nel 1993 fra Israele e l’OLP) hanno condotto è una situazione che non venne prevista dai firmatari [Nota del traduttore: in realtà almeno gli israeliani la previdero benissimo!], vale a dire l’impossibilità di costituire uno stato palestinese indipendente e sovrano sul 22% della Palestina storica. Israele ha già creato sul campo una nuova realtà annettendo Gerusalemme e dichiarandola capitale eterna dello stato ebraico. In tal modo non sarà la capitale di un futuro stato palestinese. Il numero dei coloni ebrei in Cisgiordania è aumentato fino a raggiungere la cifra di oltre mezzo milione. E il Muro dell’apartheid, costruito da Israele nella Cisgiordania, ha rubato tra il 20 e il 30% della Cisgiordania, portando a un aumento delle strade in Cisgiordania riservate ai soli ebrei.

La costituzione di uno stato palestinese indipendente e sovrano non è menzionata in nessuna delle clausole dell’accordo di Oslo. La definizione di questa questione venne affidata all’equilibrio delle forze nella regione. Quest’equilibrio è a favore di Israele.

In ogni caso, la costituzione di uno stato palestinese non risolverebbe la questione palestinese. Non affronterebbe [il problema dei] sei milioni di profughi dispersi in tutto il mondo; né affronterebbe la questione del razzismo esercitato da Israele contro il milione e 300 mila palestinesi che vivono in Israele e che vengono trattati come cittadini di terza classe.

AW: Quali mosse stanno facendo i palestinesi per perorare la causa di un solo stato?

HE: Un gruppo di attivisti palestinesi, di varia provenienza, si sono associati per promuovere la pace insieme alla giustizia in Medio Oriente attraverso la costituzione di un Gruppo a favore di uno Stato Democratico. Crediamo che la soluzione di un solo stato sia la sola scelta praticabile che garantisca la pace globale in Medio Oriente. Crediamo fortemente che la costituzione di uno stato democratico e secolare nella Palestina storica per tutti i suoi cittadini indipendentemente dalla religione, dalla razza o dal sesso – dopo il ritorno dei profughi palestinesi – sia la soluzione del conflitto in Medio Oriente. Questo è esattamente quello che è successo in Sud Africa e in Irlanda. Non l’esclusivismo basato sull’appartenenza etnico-religiosa. La costituzione di stati-nazione basati sull’etnia, la razza, o la religione è anacronistico.

Siamo anche attivi nella campagna, iniziata in Palestina, di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Queste misure, simili a quelle applicate contro il Sud Africa durante l’era dell’apartheid, sono necessarie per porre termine alla politica genocida di Israele verso i palestinesi. Crediamo che queste misure non violente debbano essere mantenute fino a che l’Israele dell’apartheid riconoscerà il diritto inalienabile dei palestinesi all’autodeterminazione e alla costituzione di uno stato democratico per tutti i cittadini.

AW: Dacci cortesemente il tuo punto di vista sulla riunione di Annapolis, negli Stati Uniti, rivolta a porre termine al “conflitto” israelo-palestinese.

HE: La riunione di Annapolis è stato una fanfara con cui il disgraziato presidente americano spera di finire il proprio mandato come “uomo della pace”! Come con Camp David, la colpa del fallimento di questa riunione viene attribuita ai palestinesi. Questa riunione non ha discusso i problemi più importanti che caratterizzano la questione palestinese; in particolare, il ritiro delle forze israeliane dentro i confini del 1967, il diritto di ritorno [per i profughi palestinesi], e lo status di Gerusalemme. Gli Stati Uniti hanno sempre mostrato una politica filo-israeliana a fronte dei diritti fondamentali del popolo palestinese.

Il punto di vista più pericoloso è stato quello del discorso di apertura di Bush, nel quale egli ha evidenziato il “carattere ebraico” dello stato di Israele. Ora tutto ciò è razzismo, come sapete bene voi in Sud Africa. Ci viene chiesto, anche dalla comunità internazionale, di dimenticare i sei milioni di profughi dispersi in tutto il mondo in seguito alla fondazione di Israele; e non vengono neppure menzionati i diritti del milione e 300 mila palestinesi “cittadini” dello stesso Israele. Secondo quest’impostazione, i palestinesi sono solo quelli che vivono nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania. Ora, questa non è la causa palestinese; la causa consiste nel diritto di ritorno dei profughi, quelli sia dentro che fuori la Palestina. Non c’è la minima possibilità di avere la pace in Medio Oriente senza risolvere questa questione.

AW: Cosa si aspetta la vostra organizzazione dal governo del Sud Africa?

HE: Bene, ci aspettiamo che il governo post-apartheid del Sud Africa mostri una migliore comprensione della nostra lotta poiché abbiamo molto in comune. Il Sud Africa dovrebbe troncare i propri rapporti diplomatici con l’Israele dell’apartheid, esattamente allo stesso modo in cui voi chiedevate che il mondo boicottasse i governi razzisti dell’era dell’apartheid. Le figure della liberazione del Sud Africa, quali Desmond Tutu, Roni Kasrils e John Dugard, e persino l’ex presidente americano Jimmy Carter hanno definito Israele uno stato di apartheid. Come è caduto l’apartheid? Non tenendo ambasciate a Pretoria, né con accordi economici, o con qualsiasi forma di normalizzazione.

AW: Cosa può fare la gente comune del Sud Africa per sostenere i palestinesi?

HE: Poiché le Nazioni Unite, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno respinto i palestinesi, noi contiamo sulla gente comune affinché faccia qualsiasi passo, per quanto piccolo, per mostrare il proprio sostegno alla Palestina e il rifiuto dei crimini di guerra genocidi di Israele. La gente può far questo facendo pressione sui propri governi per costringere Israele a ricondursi nei parametri del diritto internazionale. Ma ci aspettiamo di più dai sudafricani ordinari poiché abbiamo molto in comune. Trattate Israele nel modo in cui volevate che trattassimo i sudafricani razzisti.

Anna Weekes è una sindacalista sudafricana e un’attivista della Coalizione pacifista che chiede al governo sudafricano di porre sanzioni contro Israele
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9383.shtml

 

Piccola nota circa il “pacifismo” di Abraham Yehoshua

marzo 3, 2008

che si vanta ancora oggi di esser stato lui a convincere Sharon a costruire il muro dell’apartheid.

«Quando dissi che volendo definire il sionismo con una sola parola avrei scelto il termine “confini”, che indicava una situazione diametralmente opposta a quella degli ebrei nella diaspora, mi resi conto che qualcosa era scattato in lui. Illustrai infine la necessità di costruire una barriera di separazione tra Israele e la futura Palestina, e Sharon si mise a calcolarne la lunghezza e a lamentarsi degli alti costi». Lo ha scritto lo scrittore “pacifista” Avraham B. Yehoshua in un intervento pubblicato su «La Stampa», raccontando il suo incontro con il primo ministro israeliano Ariel Sharon. «Agli inizi del 2003 pubblicai un lungo e dettagliato articolo – spiega Yehoshua- intitolato “La necessità di un confine” in cui sostenevo la necessità di costruire una reale barriera divisoria tra Israele e territori palestinesi ed esponevo un programma concreto di separazione parziale tra i due popoli». «Tale programma – prosegue Yehoshua – contrastava con la posizione ufficiale della sinistra, mirante a un accordo di pace comprensivo basato sugli accordi di Ginevra, di cui peraltro ero tra i firmatari ma che consideravo più un’aspirazione futura che un progetto realizzabile. Naturalmente gli esponenti della destra videro in questa mia proposta una formula sicura per una futura disfatta e un umiliante ritiro».

«L’articolo sucitò vasta eco – racconta Yehoshua – ma non fu preso troppo sul serio dai circoli politici. Una mia cara amica, figlia di uno dei più radicali leader del Likud ormai scomparso, caro amico di Sharon e suo stretto collaboratore nella creazione di colonie, divenuta ormai un attivista di sinistra dopo aver rinnegato le opinioni del padre, insistette che mi incontrassi col primo ministro per illustrargli i punti del mio programma». «Non credevo – sottolinea Yehoshua – che le parole di uno strenuo oppositore politico potessero avere qualche effetto su Sharon ma – prosegue – dopo molti tentennamenti proposi al mio amico Lova Eliav di unirsi a me nell’incontro e nel momento in cui lui accettò, decisi di procedere». Yehoshua scrive che alcuni mesi dopo il suo incontro con Sharon, il premier «annunciò il piano di ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza. Il presidente del consiglio regionale – prosegue lo scrittore – ci riferì che le nostre parole avevano lasciato un segno profondo su Sharon e lo avevano aiutato nella sua decisione». «Se dovessi scoprire che la cosa è vera – conclude Yehoshua – sono senz’altro disposto a fare un salto a casa di Sharon e a cercare di convincerlo a proseguire nel processo di pace».

Ebrei contro la fiera del libro di Torino

marzo 3, 2008
Il 24 gennaio, con il segretario di European Jews for a Just Peace, ho presentato all’Oms, a Ginevra, la nostra lettera contro l’assedio di Gaza. Li abbiamo ringraziati per aver condannato il taglio dell’elettricità agli ospedali, sollecitandoli a trattare anche della mancanza di acqua potabile e dello sfascio delle fognature. Poiché sono medico, ho suggerito di denunciare anche la carenza di cibo e l’impossibilità di scaldare le case (mentre Israele minaccia di far mancare, fra poco, anche il gas da cucina): anche questo nuoce alla salute. L’alto funzionario ha commentato che le loro dichiarazioni sono sempre esito di faticose mediazioni: Israele fa parte dei comitati. Tornando a casa, mi sono sentita scema: ero andata a Ginevra per dire all’Oms che la fame è nociva!
Alla riunione con gli organizzatori della Fiera del Libro, il consigliere regionale Chieppa del Pdci, il Comitato di solidarietà con il popolo palestinese di Torino ed io avevamo chiesto di porre gli scritti palestinesi sullo stesso piano di quelli israeliani. La risposta è stata un No secco.
Al governo israeliano, la Fiera serve da autocelebrazione, per far dimenticare le atrocità compiute. Parteciparvi, anche con spirito «critico», vuol dire stare al gioco. Non basta far credere al mondo intero che Yehoshua (che vuole il muro), Oz e Grossman siano pacifisti: ad Israele, gli oppositori servono per dimostrare la propria «democraticità». Non si finisce in carcere perché si è di B’Tselem. Halper può manifestare per i palestinesi: lui, non lo arrestano. Chi è arrestato, torturato e ucciso senza processo, sono gli abitanti dei Territori Occupati, coloni esclusi: sono quelli della «razza» e della religione «sbagliata». Ma, poiché questi non hanno la cittadinanza, Israele si proclama «democratico». Lo è persino con i cittadini non ebrei. Sempre che non mettano in causa l’ebraicità dello stato: in tal caso, se sono importanti, rischiano di finire come Bishara, accusato – con una scusa – di tradimento, onde il suo partito, il Balad, finisse allo sbando (come puntualmente è avvenuto); o, se non lo sono, come i palestinesi cittadini israeliani, uccisi dalla polizia all’inizio dell’Intifada. Per queste uccisioni, Israele ha deciso che nessun poliziotto sarà processato.
Lo sterminio degli ebrei è un crimine incomparabilmente più grave della nakba. Ma Israele ne usa il ricordo, non per rifiutare alleanze con fascisti e simili (che dire dell’alleanza con il regime di Videla? del viaggio di Fini? dell’amicizia di Berlusconi, al governo con una Lega razzista?), ma per cacciare i palestinesi. A compiere lo sterminio furono tedeschi (e polacchi, italiani, etc.): non palestinesi. Responsabili della nakba, invece, furono coloro che vollero uno stato a maggioranza ebraica, e chi li sostenne (Stalin compreso). I palestinesi funsero da capro espiatorio, come dalle prescrizioni del Levitico: quello su cui scaricare i peccati, prima di mandarlo a morire nel deserto. Peccati, notare, non compiuti affatto dal capro (Lv 16, 10.21s.).
La levata di scudi contro il boicottaggio della Fiera suona male: si prese una posizione analoga nel 2006, quando Israele, con gli Usa e l’Unione Europea (anche l’Italia, cioè) boicottarono i palestinesi, per il voto a Hamas? Allora, nei Territori Occupati, chiusero scuole ed ospedali: i dipendenti non erano pagati. Durante la prima Intifada, Israele aveva chiuso – per anni – scuole e università palestinesi. Il rettore dell’università di Al-Quds, Nusseibeh, è in ottimi rapporti con Israele: ha firmato un’iniziativa di pace con Ayalon, ex capo dei servizi segreti. Ciononostante, dentro l’università c’è il muro; per entrare e uscire, gli studenti devono passare un posto di blocco. Stante il muro e i checkpoint, occorrono ore per raggiungere, da Betlemme, l’università di Al-Quds; e sono pochi chilometri. Questi, va da sé, non rientrano fra i boicottaggi culturali: il mondo – diversamente da Parlato – non considera i palestinesi i nuovi ebrei. I dirigenti della Fiera hanno tenuto a dirci che questa è fortemente sostenuta dalle autorità istituzionali del Piemonte, sindaco di Torino incluso.
Un paio di anni fa, il Comune di Torino aveva fatto sì che diverse organizzazioni scrivessero un testo per insegnanti («Israele/Palestina. Palestina/Israele». Sussidio Informativo, edito dalla Città di Torino e dal Coordinamento di Comuni per la Pace). Del libretto, dichiaratamente per la non violenza, avevo preparato il capitolo sui movimenti pacifisti israeliani. Quando lo presentammo, nel settembre 2006, il presidente della comunità ebraica insorse. Ad un incontro successivo, invece, non sono stata invitata. Mi dicono che è andato dal sindaco l’ambasciatore israeliano, per spiegargli l’«inopportunità» del testo, perché «non equidistante». Risultato: il librino è sparito. Nemmeno chi ha scritto il libro sa se il Comune l’ha mandato al macero, o se ne ha sepolto le copie in un ripostiglio, scelto fra quelli più abitato dai topi.
Per molti, non si può chiedere ad un evento letterario, come la Fiera, di essere «equilibrata». Ma se un testo non piace all’ambasciatore israeliano, basta l’accusa di mancato equilibrio perché il Comune si faccia piccolo piccolo, chieda scusa, e nasconda il libro.
È chiaro che in questo caso non si parla di «censura», di «inutilità» di un boicottaggio antidemocratico. Non s’ha da boicottare Israele: chi lo fa rischia di essere definito «antisemita», magari «nazista». Far scomparire un testo, e (più grave) impedire ai palestinesi di andare a scuola, non è boicottaggio culturale. È normale «democrazia» israeliana (esportata, almeno in un caso, anche qui da noi). E, per Parlato, gli ebrei israeliani sono diversi dai sudafricani bianchi. È vero. Sono peggiori: in Sudafrica lo scopo era di sfruttare i neri, non di espellerli.
Ebrei contro l’occupazione

Israele – Palestina – 12.2.2008 11:20:00 Nuovi insediamenti israeliani a Gerusalemme est

marzo 3, 2008

Più di mille nuove costruzioni nei dintorni della zona araba di Gerusalemme Est sono state annunciate dal ministro israeliano per gli insediamenti Zeev Boim, specificando che 750 unità abitative saranno costruite nell’area nord di Pisgat Zeev, mentre 307 unità nella zona sud di Har Homa. Secondo quanto ha ufficialmente dichiarato il ministro, i progetti di costruzione sono frutto di una lunga pianificazione, aggiungendo ai microfoni di Radio Israele che le costruzioni a Gerusalemme stanno continuando entro i confini della municipalità. Lo scorso anno, gli Usa erano stati protagonisti di un tentativo di pacificazione tra Palestina e Israele, risoltisi in un nulla di fatto in seguito all’annuncio da parte del governo israeliano del proseguimento delle attività di costruzione. Il premier israeliano Olmert ha comunque dovuto decretare lo stop di nuovi insediamenti ebraici della Cisgiordania, sotto pressione statunitense, ma non ha non ha definito piani di costruzione all’interno dei confini di Gerusalemme. Secondo i palestinesi, i nuovi insediamenti sono da considerarsi come una mossa preventiva del governo di Israele per scongiurare la possibilità che Gerusalemme est diventi la nuova capitale dei palestinesi, come vorrebbero questi ultimi.

da peacereporter.net

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Mohammed Bakri, l’effetto censura

marzo 3, 2008

“Il Manifesto” 31-01-08

In 30 città italiane il film boicottato da Tel Aviv sui massacri della primavera 2002. Incontri e dibattiti con il regista e attore israelo-palestinese che ci racconta il dramma dei territori. Il suo nuovo lavoro, «Layla’s Birthday», è una satira sui politici di entrambi i fronti Non posso dimenticare che stanno impedendo di esprimermi. Loro boicottano me e io boicotto loro!
Chiara Organtini
Roma
Strano che questa vicenda censoria, non ancora conclusa, abbia occupato finora così poco spazio sui media occidentali. Torniamo dunque a parlare del «caso Bakri», proprio a qualche ora di distanza dalla giornata della memoria, di cui si sta celebrando ancora il ricordo con proiezioni e dibattiti in giro per l’Italia, e nel mezzo delle polemiche e delle richieste di boicottaggio legate alla Fiera del libro di Torino, che accoglierà Israele come ospite d’onore. Stiamo parlando del cineasta Mohammed Bakri, il regista e attore arabo-israeliano di Private e di tanti altri noti film, apprezzati e premiati in tutto il mondo, come La masseria delle allodole, Hanna K e Oltre le sbarre, che è in questi giorni in Italia (Napoli, Roma, Torino, Pisa, Bologna) per ricordare la sua assurda storia di filmaker censurato, sotto processo in Israele per il documentario che ha realizzato, Jenin Jenin, e in attesa di una sentenza, prevista per il 28 febbraio, che potrebbe costargli 2.500.000 di shekel (500.000 euro) per aver «manipolato» alcune dichiarazioni di quattro militari israeliani. Molti intellettuali e cineasti italiani si stanno mobilitando e hanno firmato un appello web in suo favore. Tra questi Mario Monicelli, Mario Martone e Saverio Costanzo, che lo ha diretto appunto in Private nel 2004.
Non è, per te, un bel momento per parlare di libertà d’espressione in Israele …
Per «Misrter Bakri» non è mai un bel momento! Soprattutto se si tratta di parlare di Israele, in una posizione, direi, non così confortevole… Ad ogni modo era opportuno tentare di fare qualcosa. Andrea Del Grosso, Nicola Perugini e Marco Dinoi (che è venuto a mancare il 15 gennaio scorso, N.d.R.) hanno lavorato molto per questa iniziativa: portare il mio Jenin Jenin in giro per l’Italia e farmi partecipare a incontri e dibattiti per poter raccontare quel che mi sta succedendo e quel che sta succedendo in Israele. A questo hanno aggiunto un appello sul web per raccogliere quante più adesioni possibili, quelle di cineasti e intellettuali italiani…
Costanzo ribadisce la sua completa solidarietà in questa faccenda, ricordando che, nel 2004 (era già in corso il processo) nessuno in Israele volle acquistare il film proprio a causa della sua presenza. Lei stesso profettizzò a Costanzo, ancora prima che «Private» uscisse, che per la sua presenza si sarebbe trovato in mezzo a tanti problemi… Ma, a parte l’Italia, in Israele qualcosa si sta muovendo?
Le risponderò ricordando un aneddoto capitatomi giusto qualche tempo fa, mentre ero a Roma per lo spettacolo «Al Kamandjati», assieme ad Amira Hass. Eravamo alle prove e le chiesi: ‘Amira, ma come valuti la mia posizione e quel che mi sta succedendo?’ Bè, sappiamo tutti che Amira è una bravissima giornalista, coraggiosa, e che vive a Ramallah da diverso tempo. Ebbene mi rispose: ‘Io non posso dirti nulla, non me la sento di prendere una posizione ‘.
Dal punto di vista professionale le cose sono cambiate da quando è iniziato il processo?
Hanno eretto un altro muro… tra me e loro. Un muro che non mi permette di lavorare più in Israele, o almeno di lavorare come facevo prima: a teatro e al cinema. Non riesco più a farmi vedere, a ricordare chi ero e chi sono, a darmi la possibilità magari indiretta di difendermi. Cancellato. Sono stato volutamente cancellato.
Però qualcosa sta facendo…
A dicembre abbiamo finito le riprese del nuovo film di Rashid Masharawi – giovane regista palestinese, autore di Attente (2005), Ticket to Jerusalem (2002), Haifa (1996) – il cui titolo ancora non è sicuro, forse Layla’s Birthday, ma che potrebbe avere qualche chance di partecipare al festival di Cannes. Ma è una storia che certo non accontenterà né gli israeliani né i palestinesi, pur presentandosi come una commedia. È un film costruito sul paradosso della società palestinese: sull’incapacità della politica di farsi carico dei problemi della gente proprio perché il conflitto devia molte delle risorse. È un attacco all’Autorità Palestinese, alla polizia, al sistema giudiziario, alla politica. Io, come attore protagonista, sono un uomo qualsiasi, ordinario, preciso, diligente, quasi maniacale nei miei rituali. Nel bel mezzo di un attacco israeliano mi metto in testa di cercare un regalo per mia figlia, e di trovarlo a tutti i costi, mentre intorno a me si scatena l’inferno. Nonostante tutto quel che mi capita, tutto quello che osservo che non funziona, tutto quello che vedo è sbagliato; riesco a tornare a casa, prima del coprifuoco con delle candele e una torta per mia figlia… Con un po’ di normalità. Una normalità cercata a tutti i costi.
Torniamo in Italia. Ha seguito il dibattito che si è accesso sulla centralità di Israele nella Fiera del Libro di Torino? Come valuta il fatto che alcuni intellettuali, giornalisti e politici stiano tentando un boicottaggio paragonando gli israeliani agli afrikaner del Sudafrica e alla loro politica di apartheid, nei confronti dei palestinesi?
Non ho seguito molto da vicino il dibattito, anche perché probabilmente in Israele non gli si è data tutta questa enfasi come in Italia. E se ne possono immaginare le ragioni. Ho saputo però che Mahmoud Darwish – il grande poeta palestinese – così come altri non parteciperanno. Dal mio punto di vista il boicottaggio è giusto. Come puoi parlare di cultura e di libertà, perché le due cose sono strettamente legate, senza considerare quel che avviene nel tuo paese, cioè in Israele? Come possono dimenticare il fatto che stanno impedendo di esprimermi, a me come ad altri, e conducendo una causa contro la libertà d’espressione in Israele? D’altronde come spiegare il fatto che addirittura il canale satellitare franco-tedesco Artè, che aveva comprato Jenin Jenin, non lo sta mandando in onda, come spiegarlo se non con il boicottaggio? Loro boicottano me e io boicotto loro!
Cosa ti aspetti da un’iniziativa di sostegno come questa, che ti ha fatto incontrare anche qui a Roma un pubblico finora sconosciuto, e che ha avuto il merito di raccogliere i palestinesi che lavorano sparsi per l’Italia, di farvi sentire un po’«nazione» fuori dal vostro paese?
Sinceramente non mi aspetto molto. Non perché non ci creda, anzi, ma perché l’unica cosa che può essere in grado di fare un’iniziativa così è portare tra la gente la libertà che rappresento, la libertà negata. Credo che possa scuoterli, spingerli a difendere anche la loro in nome della mia. Ognuno, anche se non regista o attore o comunque artista, deve difendere la propria. Sempre.
A chi l’altra sera, nella folla della Libreria del Cinema, gli chiedeva come fa ancora ad essere così ingenuo contro i più forti, Bakri candidamente rispondeva: «Sono orgoglioso di essere ancora così ingenuo e naif».

Israele fascista invitato alla fiera del libro di torino

marzo 3, 2008

La militarizzazione della cultura

a cura di ISM-Italia, 6 gennaio 2008

1. Una interessante indiscrezione

Il 2 ottobre u.s. su La Repubblica, pag VII di Torino cronaca, una interessante indiscrezione: SARÀ Israele, con buone probabilità, la nazione straniera al centro della prossima edizione della Fiera internazionale del Libro di Torino, in calendario nella primavera (8-12maggio) del 2008. L’indiscrezione è trapelata in queste ore durante la festa-mercato dei librai torinesi di «Portici di Carta».” La partecipazione dello Stato ebraico alla kermesse libraria dovrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni in un incontro fissato a Roma, il 15 ottobre, fra i vertici di Librolandia, guidati dal presidente Rolando Picchioni, e quelli diplomatici di Tel Aviv.”

Abbiamo inviato alle numerose personalità coinvolte nel patrocinio e nella organizzazione della Fiera: al Presidente  e ai Co-Presidenti dell’Alto Comitato di Coordinamento della Fiera Internazionale del Libro, Sergio Chiamparino, Sindaco della Città di Torino, Mercedes Bresso, Presidente della Giunta Regionale del Piemonte, Antonio Saitta, Presidente della Provincia di Torino, agli altri soci  fondatori, Renato Cigliuti, Carla Gatti, Roberto Moisio, ai membri del Consiglio di amministrazione, Rolando Picchioni(1) , Presidente, Fiorenzo Alfieri, Walter Barberis, Francesca Cilluffo, Valter Giuliano, Enrico Grosso, Federico Motta, ai membri del Consiglio di indirizzo, Piero Bianucci, Pier Giovanni Castagnoli, Alberto Conte, Giovanni De Luna, Lorenzo Mondo, Alberto Nicolello, Marco Polillo, Giuliano Soria , al Direttore editoriale, Ernesto Ferrero una lettera avente per oggetto:

“Israele al centro dell’edizione 2008? Una intenzione-decisione discutibile”

invitando le persone citate “ad una ulteriore riflessione sulla opportunità di una tale iniziativa nell’anno in cui a livello mondiale sarà commemorata la Nakba, la pulizia etnica dei palestinesi iniziata prima della risoluzione 181, detta della partizione, approvata dall’ Assemblea Generale dell’ONU  il 29 novembre 1947, che portò il 15 maggio del 1948 alla costituzione dello stato di Israele, pulizia etnica che prosegue anche ai nostri giorni.”

Abbiamo chiesto un incontro al Presidente Rolando Picchioni che però dopo due rinvii ci ha fatto ricevere dal responsabile delle comunicazioni Nicola Gallino, non  molto in vena di comunicare.

2. Un interessante curriculum

Abbiamo consultato wikipedia e il curriculum del Picchioni è di tal rilevanza storica che essersi negato è certamente giustificato ancorché poco educato.

“Rolando Picchioni (Como, 21 maggio 1936) è un politico italiano, attualmente presidente della Fondazione per il libro, la musica e la cultura, che gestisce la parte culturale della Fiera internazionale del libro di Torino e altre iniziative.

Laureato in Lingue e letterature straniere all’Università di Torino, dal 1970 al 1975 è stato assessore alla Provincia di Torino e dal 1972 al 1975 anche presidente del Teatro Stabile di Torino. Deputato nelle file della Democrazia Cristiana dal 1972 al 1983, è stato sottosegretario ai beni culturali dal 1979 al 1981, nei governi Cossiga I e II e nel governo Forlani. Nel 1990 è stato eletto nel Consiglio regionale del Piemonte, dove ha ricoperto l’incarico di capogruppo della DC. Coinvolto nel cosiddetto scandalo petroli, ma assolto.

È stato membro della loggia massonica P2 con la tessera numero 2095.

Nel 1995 è stato rieletto nelle file del CDU, ed è successivamente divenuto Presidente del Consiglio regionale del Piemonte (1995-98). In seguito è entrato nel Partito Popolare Italiano, poi nell’Udeur e quindi nella Margherita.  È tra gli organizzatori della Fiera Internazionale del Libro di Torino, prima in veste di segretario generale della Fondazione per il libro, la musica e la cultura (dal 1999), e poi di presidente (dal 2005).

È componente e Direttore Esecutivo dell’Associazione The World Political Forum.”

3. Una aggiunta interessante all’interessante curriculum

Così termina su wikipedia il curriculum del nostro:

Per il 2008 ha deciso che la Fiera del Libro, prestigioso evento culturale, dovrebbe essere dedicata allo stato razzista di israele, certamente questa sciagurata scelta provocherà la giusta reazione di ogni sincero democratico.”

Un tempestivo e interessante aggiornamento di una prestigiosa biografia!

4. Un silenzio interessante

Il 1° novembre abbiamo chiesto un incontro anche al prof. Giovanni De Luna (ex leader di lotta continua) membro del consiglio di indirizzo. Silenzio (della serie “i chierici alla guerra”).

5. Una conferenza stampa interessante

Il 18 dicembre si è tenuta la prima conferenza stampa. Non eravamo presenti né certo eravamo stati invitati. Ma all’indirizzo http://www.fieralibro.it tutte le informazioni relative.

Secondo una nota apparsa su “La stampa”:  Per l’assessore provinciale alla cultura Valter Giuliano, sarà l’occasione per «stimolare un dialogo sulla pace» (dialogo con chi, mancando i naturali e storici interlocutori?), ma anche, «per presentare il vero [sic!!!] Israele – ha detto il ministro plenipotenziario (israeliano) in Italia Elezar Cohen -, quello che va oltre il tema del conflitto così spesso al centro dell’interesse dei mass media»”.

Una interessante  conferma della natura di pura propaganda dell’iniziativa.

Il tema della edizione 2008 della fiera sarà: Ci salverà la bellezza? [sic!!!, sempre sic!!!]

Da chi? Dagli organizzatori della fiera? Da Israele? Da Bush? Da Romano Prodi e company? Da Veltroni e Franceschini? Da Bassolino e dalla Jervolino e dai loro “rifiuti” di dimettersi? Dai chierici per loro natura pronti ad ogni tradire?

Vi risparmiamo ogni commento sullo sciocchezzaio (repertorio di sciocchezze) con cui viene puntualizzato l’ozioso interrogativo.

Il degrado morale, culturale e politico del paese è noto.

Segue la spiegazione dei motivi della presenza come ospite d’onore dello stato di Israele:

La letteratura israeliana gode da anni di una attenzione crescente, che si è cristallizzata attorno ai nomi di tre dei suoi maggiori rappresentanti, David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua (l’onnipresente, invasivo e invadente trio letterario che, secondo Tom Segev, Haaretz 11 agosto 2006, scrive i suoi comunicati “pacifisti”come se lavorasse nell’ufficio legale del ministero degli esteri israeliano)(1), o a scrittori che appartengono alla generazione successiva, come Etgar Keret.

I temi trattati nelle loro opere hanno assunto una valenza universale, che non riguarda soltanto Israele, ma si pongono come altrettante metafore dei dilemmi e delle contraddizioni che agitano il mondo contemporaneo. Ma il quadro culturale del Paese è ovviamente molto più ricco e articolato, a partire dal decano Aron Appelfeld, cresciuto culturalmente nella Mitteleuropa, che sarà anche lui a Torino.

La Fiera 2008 sarà l’occasione per conoscere questo Paese, anche attraverso storici e saggisti come Benny Morris, che si interrogherà proprio sugli eventi di sessant’anni fa, e i suoi artisti, musicisti e scienziati: in Israele è molto avanzata la progettualità urbanistica delle new towns (compreso il muro dell’apartheid?) e la ricerca sulle fonti alternative d’energia (forse le oltre 200 testate nucleari?).

La presenza di voci critiche (avranno invitato anche Ilan Pappe o Amira Hass o Gideon Levy o Edgar Morin o Yitzhak Laor o Nurit Peled o Aharon Shabtai o Jeff Halper o Uri Avnery o Avi Shlaim, oppure è un auspicio che siano presenti i sinceri democratici?) offrirà dunque l’occasione di discutere e mettere a fuoco anche un modello di una convivenza possibile (“mettere a fuoco”, un lapsus freudiano? Lor signori erano forse presenti alla farsa della conferenza di Annapolis e pensano di fare di meglio del gwbush?), con il contributo delle voci più disparate.“(di-sparate, direbbe Freud!)

Alla cultura torinese dopo l’eventocrazia e il mostrismo mancava l’allineamento al militarismo.

6. Alcuni interessanti e “disparati” punti di vista

Vi ricordate la guerra al Libano del 2006, per non dimenticare, ad esempio, la strage di Sabra e Chatila del 1982 e tutto il resto? Vi ricordate che la striscia di Gaza è un campo di concentramento dove con la attiva complicità dell’Italia, dell’Europa e degli USA si sta commettendo un genocidio? (“The Israeli recipe for 2008: Genocide in Gaza, Ethnic Cleansing in the West Bank” di Ilan Pappé, The Independent, June 23, 2007)

Israele non ha mai rispettato le risoluzione dell’ONU, ha violato e continua a violare le convenzioni di Ginevra, ha proseguito la costruzione del Muro dell’Apartheid, giudicato illegale dalla Corte internazionale di Giustizia (9 luglio 2004), ha commesso e continua a commettere crimini contro la popolazione civile documentate da numerose organizzazioni di difesa dei diritti umani israeliani.

Nurit Peled-Elhanan(2) il 28 dicembre 2007 in un incontro con le Donne in nero di Israele ha detto tra l’altro, in un intervento dal titolo “Nello Stato di Israele, la Madre Ebrea sta per scomparire”:  “Ringrazio le Donne in Nero per avermi invitato a parlare qui oggi.  Adesso, vorrei dedicare le mie parole ai bambini della Striscia di Gaza, che stanno lentamente sfiorendo a causa della fame e delle malattie, e alle loro madri, che continuano a mettere al mondo bambini, nutrirli ed  istruirli meravigliosamente. Il tasso di alfabetizzazione nella  striscia di Gaza oggi è al 92% – tra i più elevati al mondo, e tutto ciò nel più terribile campo di concentramento della terra, in cui quelli  che vi risiedono vengono strangolati mentre il mondo civilizzato guarda  in silenzio. …..

Pochi sono in Israele i genitori che ammettono a se stessi che quelli che uccidono i bambini, distruggono le case, sradicano gli ulivi e  avvelenano le sorgenti non sono altro che i loro bellissimi figli e  figlie, i figli che sono stati educati qui nell’arco degli anni alla  scuola dell’odio e del razzismo. I figli che hanno imparato in 18 anni a  temere e disprezzare lo straniero, ad avere paura dei vicini, dei  gentili, figli che sono stati allevati nella paura dell’Islam – una paura che li prepara ad essere soldati brutali e discepoli  dell’assassinio di massa. E non solo questi ragazzi e ragazze uccidono e  torturano: lo fanno con il pieno sostegno della Mamma, con la piena  approvazione di Papà, incoraggiati da una intera nazione che non alza neppure un sopracciglio davanti alla morte di bimbi, vecchi e invalidi.  Una nazione che glorifica piloti che non sentono altro che uno scossone  sull’ala* quando fanno cadere bombe su intere famiglie sterminandole.

Nell’inferno in cui viviamo, nel quotidiano inferno sotto il quale si  agita e cresce il regno sotterraneo dei bambini morti, il ruolo delle Donne in Nero, delle madri e delle nonne che stanno in questa piazza ed in piazze simili in tutto il mondo è quello di essere custodi di una sana, naturale maternità per assicurarsi che quella voce non si spenga e non sparisca dalla faccia della terra. Di rammentare ad un mondo che ha perso la sua immagine umana che siamo stati tutti fatti a Sua Immagine; di dire costantemente e infaticabilmente che ancora, a dispetto del Muro dell’apartheid, a dispetto del crudele assedio di Gaza, a dispetto  delle guerre senza causa, e di fronte alla furia di quelli che comandano in questo paese, i quali tutti fino all’ultimo sono criminali contro l’umanità, la voce delle donne e delle madri – la voce della compassione, della giustizia e della speranza – non verrà ridotta al  silenzio.”

*si fa riferimento al pilota dell’aviazione militare ed ex capo di stato maggiore IDF Dan Halutz, il quale alla domanda di un giornalista – poco dopo che aveva lanciato una bomba da una tonnellata su un edificio di appartamenti nella Striscia di Gaza,  uccidendo parecchi civili – su che cosa provasse quando lanciava una bomba, rispose “Ho sentito un leggero colpo all’ala quando la bomba è partita”. (n.d.t.)

Israele è responsabile della pulizia etnica dei palestinesi.

Lo ha detto lo storico israeliano Benny Morris, “What the new material shows is that there were far more Israeli acts of massacre than I had previously thought”, Survival of the Fittest? An Interview with Benny Morris By Ari Shavit, Haaretz, 8 gennaio 2004(3) .

Lo si può leggere in ogni dettaglio nel saggio “The Ethnic Cleansing of Palestine”, (La pulizia etnica della Palestina), Oneworld 2006, dello storico israeliano Ilan Pappè.

Israele è uno stato razzista.

Lo si può leggere in un editoriale di Haaretz, “A racist Jewish state” (Uno stato ebraico razzista), 20/07/2007 e nell’articolo del giornalista israeliano Gideon Levy, “One racist nation” (Una nazione razzista), Haaretz 26/03/2006 (Ha’aretz  è un quotidiano israeliano).

Israele è uno stato fascista.

Lo si può leggere in “Politicidio – Sharon e i Palestinesi”, Fazi 2003, del sociologo israeliano Baruch Kimmerling.

Israele è uno stato di Apartheid.

Lo hanno sostenuto Danny Rubinstein, israeliano, editorialista di Haaretz, parlando alla  ‘International Conference of Civil Society in Support of Israeli-Palestinian Peace‘ organizzata dall’ONU a Brussels il 30-31 agosto 2007: “Today Israel is an apartheid state with different status for four different Palestinian groups: those in Gaza, East Jerusalem, the West Bank and Israeli Palestinians”,  e un recente editoriale di Haaretz, “Where is the occupation” del 3 ottobre 2007, “The de facto separation is today more similar to political apartheid than an occupation regime because of its constancy” (Ha’aretz  è un quotidiano israeliano).

Lo storico israeliano Ilan Pappé ha concluso una sua conferenza a Tokio nel marzo 2007 con questa domanda: Perché il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?”

Noi aggiungiamo: Perché l’Italia e l’Europa sono complici a tutti i livelli di uno stato coloniale, razzista e fascista, responsabile di atrocità di così lungo periodo nei riguardi del popolo palestinese e libanese?

Israele è ormai il 4° venditore di armi al mondo, possiede oltre 200 testate nucleari e 3 sottomarini nucleari, presto ne avrà altri due.

Naomi Klein in “Shock economy” scrive:

“Ciò che rende Israele interessante come modello «pistola e caviale» non è solo il fatto che la sua economia sia stabile anche di fronte a grossi shock politici come la guerra con il Libano del 2006 o la presa di controllo della Striscia di Gaza da parte di Hamas, ma anche il modo in cui Israele ha creato un’economia che si espande precisamente in risposta diretta all’escalation della violenza. Le ragioni per cui l’industria israeliana è a suo agio tra i disastri non sono misteriose. Anni prima che le aziende americane ed europee comprendessero l’enorme potenziale del boom della sicurezza globale, le società tecnologiche israeliane lavoravano alla creazione di un’industria della sicurezza nazionale, e ancora oggi continuano a dominare il settore. L’Israeli Export Institute stima che 350 società israeliane si occupano della vendita di prodotti per la sicurezza interna e altre 30 entreranno nel mercato nel 2007 . Dal punto di vista delle aziende, questo sviluppo ha fatto di Israele un modello da emulare ne! mercato post-11 settembre. Dal punto di vista sociale e politico, invece, Israele dovrebbe rappresentare qualcos’altro: un severo monito. Il fatto che Israele continui a godere di una prosperità sempre maggiore, anche mentre muove guerra ai Paesi vicini e compie violenze nei territori occupati, dimostra quanto è pericoloso costruire un’economia sulla premessa della guerra permanente e di disastri sempre più drammatici. L’attuale abilità di Israele di unire pistole e caviale è il culmine di un mutamento sostanziale nella natura della sua economia, nel corso degli ultimi quindici anni: un mutamento che ha avuto un impatto profondo ma poco studiato sulla parallela disintegrazione delle prospettive di pace.”.

Le esportazioni israeliane di prodotti e servizi antiterrorismo sono aumentate del 15% nel 2006 e la crescita prevista nel 2007 è del 20% (Klein, ibidem).

7. La militarizzazione della cultura

La decisione dei responsabili della Fiera del libro di invitare lo stato di Israele come ospite d’onore non ha nulla a che vedere con la cultura.

Non è solo una palese violazione del principio della autonomia della cultura.

Non è solo un atto di servilismo politico per permettere a Israele la propaganda più strumentale.

Segna un passo emblematico in direzione della militarizzazione della cultura.

Passerà del tempo, ma alla fine il mondo guarderà con occhi assai critici ai crimini, alle complicità, agli opportunismi, ai silenzi e alle viltà che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti, in questo passaggio d’epoca.

8. Una conclusione

Torino è stata la città di Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Primo Levi.

Una città civile.

Una città che sarà capace di reagire in modo fermo e democratico.

(1)   A proposito del trio letterario, così invasivo in Italia, Aharon Shabtai, un poeta dissidente israeliano ha scritto in una recente intervista: “L’establishment li adotta, li coopta, è il suo metodo. Su un piano generale loro si oppongono a voce alta all’Occupazione, e questa posizione dà loro credibilità quando sostengono il regime su importanti argomenti specifici. Ad esempio hanno sostenuto gli Accordi di Oslo, l’imbroglio di Camp David del luglio 2000, le misure prese contro l’Intifada e la seconda guerra del Libano. Gli scrittori della sinistra soft non danno un contenuto politico alla letteratura, anzi al contrario, invece di spingere a decidere o ad agire sublimano in cultura ciò che è  politico.

 Nelle loro mani l’Occupazione diventa la psicomachia dell’anima bella, tormentata, di Israele.

 Sono riusciti a farne un clichè del discorso culturale israeliano.”

(2) Nurit Peled-Elhanan

Nata nel 1949, israeliana, docente universitaria, possiede un MA in Letteratura comparata. È

figlia del famoso generale Matti Peled, conosciuto per le sue battaglie pacifiste e progressiste.

La figlia di Nurit Peled-Elhanan, Smadar, 13 anni, è stata vittima di un attentato suicida.

“Quando mia figlia è morta, ho impedito alla disperazione di accecarmi e ho pronunciato un discorso che ha suscitato scalpore, centrato sulla responsabilità di una politica miope che non vuole riconoscere i diritti dell’altro e fomenta l’odio e gli scontri”.

(3) Benny Morris è uno storico revisionista di regime. “Quello che i nuovi documenti dimostrano è che vi sono stati molti più massacri da parte israeliana di quanto precedentemente avessi pensato ”.

Nella stessa intervista Benny Morris accusa Ben-Gurion di non aver espulso tutti i palestinesi nel 1948 e i palestinesi di essere tutti dei serial-killer.

Perché non parteciperò alla fiera del libro di Torino 2008

marzo 3, 2008

di Tariq Ali

traduzione a cura di ISM-Italia

Quando ho accettato di partecipare alla Fiera del Libro di Torino, come ho fatto altre volte, io non sapevo che ‘l’ospite d’onore’ sarebbe stato Israele nel 60° anno della sua costituzione. Ma questo è anche il 60° anniversario di quello che i palestinesi chiamano la ‘nakba’…il disastro che accadde loro quell’anno, quando furono espulsi dai loro villaggi, uccisi in molti, e alcune donne stuprate dai colonizzatori. Questi fatti non sono più in discussione. Allora perché la fiera del libro di Torino  non invita i palestinesi in ugual numero? 30 scrittori israeliani e  30 palestinesi (e vi assicuro che ce ne sono e sono eccellenti poeti e romanzieri) avrebbero potuto essere visti come un segno positivo e di pace e si sarebbe potuto svolgere un dibattito costruttivo. Una versione letteraria dell’orchestra Diwan di Daniel Barenboim, metà israeliani, metà palestinesi. Una tale iniziativa avrebbe messo le persone insieme, ma no. I commissari culturali sanno che cosa è meglio. Io ho discusso con vigore con alcuni scrittori israeliani in visita alla fiera in altre occasioni e avrei fatto volentieri lo stesso di nuovo se le condizioni fossero state differenti.

Quello che hanno deciso di fare è una brutta provocazione.

Apparirà che la cultura è sempre di più legata alle priorità politiche  di USA/EU. L’occidente è cieco alle sofferenze dei  palestinesi. La guerra  israeliana in Libano, i rapporti giornalieri dal ghetto di Gaza non smuovono l’Europa ufficiale. In Francia, sappiamo, è praticamente impossibile criticare Israele. Anche in Germania, per ragioni particolari. Sarebbe triste se l’Italia scegliesse la stessa strada. Quante volte dobbiamo sottolineare che criticare le politiche coloniali di Israele non è anti-semitismo? Accettare questo significa diventare  vittime spontanee del ricatto che l’establishment israeliano usa per mettere a tacere i suoi critici. Ci sono critici israeliani  coraggiosi come Aharon Shabtai, Amira Hass, Yitzhak Laor e altri che non permettono che le loro  voci siano soffocate in questo modo. Shabtai ha rifiutato di partecipare a questa fiera. Come potrei io fare diversamente?

Una cosa è sostenere il diritto di Israele a esistere, che io faccio e ho sempre fatto. Ma da questo estrapolare che questo diritto a esistere significhi che Israele ha un assegno in bianco per fare ciò che vuole  a coloro che ha espulso e a coloro che tratta come Untermenschen (subumani) è inaccettabile. Personalmente io sono in favore di un unico stato Israele/Palestina nel quale tutti i cittadini siano uguali. Mi si dice che è una utopia. Può essere, ma è la sola soluzione a lungo termine. A causa del contenuto dei miei romanzi mi si chiede spesso (più recentemente in Madison, Wisconsin) se sia possibile  ricreare i bei tempi della Andalusia e della Sicilia dove tre culture hanno coesistito per lungo tempo . La mia risposta è la stessa: l’unico posto in cui oggi si potrebbero ricreare quei tempi è Israele/Palestina.

Noi viviamo in un mondo di double standards (doppi standard), ma non è necessario accettarli. Capita alcune volte che individui e gruppi ai quali è stato fatto del male, lo infliggano a loro volta. Ma il primo non giustifica il secondo. E’ stato l’anti-semitismo europeo che ha tollerato il genocidio ebraico della seconda guerra mondiale del quale i palestinesi sono ora diventati le vittime indirette. Molti israeliani sono consci di questo fatto, ma preferiscono non pensarci. Molti europei considerano i palestinesi e i mussulmani come una volta hanno considerato gli ebrei. Questa è l’evidente ironia nei commenti della stampa  e nelle trasmissioni televisive praticamente in ogni paese europeo

E’ un peccato che la burocrazia della Fiera del Libro di Torino abbia deciso di fare da mezzano ai nuovi pregiudizi che spazzano il continente.

Speriamo che il loro esempio non sia seguito altrove.

5 February, 2008

ISM- Italia

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Gianni Vattimo: Perché boicotto Israele

marzo 3, 2008
Confesso: sono uno dei pochissimi che finora hanno firmato un appello
per il boicottaggio dell’invito di Israele come ospite d’onore alla
prossima Fiera del Libro di Torino.

Se tutti i grandi giornali italiani fanno a gara nel deprecare questo 
boicottaggio, vuol dire che la minaccia dell’antisemitismo non è poi 
così incombente. Ma non di questo credo si debba discutere. L’invito 
a Israele – che, a quanto ne so ma forse sbaglio, ha sostituito 
improvvisamente quello che era già stato avviato per avere ospite 
quest’anno l’Egitto – è oggetto di un boicottaggio politico, perché 
politica è l’iniziativa della Fiera. Chi ci accusa, noi boicottatori, 
di voler «imbavagliare» gli scrittori israeliani, o è in mala fede o 
non sa quel che si dice.

Sono argomenti terribilmente simili a quelli usati nella recente 
polemica sull’invito al Papa a tenere la lezione magistrale alla 
Sapienza di Roma: anche qui sarebbe in gioco la libertà di parola, il 
valore supremo della cultura, il dovere del dialogo. Dialogo? Nel 
caso della Sapienza, si sa che razza di dialogo era previsto. Il Papa 
sarebbe stato ricevuto come il grande capo di uno Stato e di una 
confessione religiosa, in pompa magna, così magna che persino la 
semplice possibilità di una manifestazione di pochi studenti 
contestatori a molte centinaia di metri di distanza lo ha fatto 
desistere dal proposito. Questo caso di Israele alla Fiera è lo stesso.

Chi boicotta non vuole affatto impedire agli scrittori israeliani di 
parlare ed essere ascoltati. Non vuole che essi vengano come 
rappresentanti ufficiali di uno Stato che celebra i suoi sessant’anni 
di vita festeggiando l’anniversario con il blocco di Gaza, la 
riduzione dei palestinesi in una miriade di zone isolate le une dalle 
altre (per le quali si è giustamente adoperato il termine di 
bantustan nel triste ricordo dell’apartheid sudafricana), una 
politica di continua espansione delle colonie che può solo 
comprendersi come un vero e proprio processo di pulizia etnica. È 
questo Stato, non la grande cultura ebraica di ieri e di oggi 
(Picchioni e Ferrero hanno forse pensato di invitare alla Fiera Noam 
Chomsky o Edgar Morin?) che la Fiera si propone di presentare 
solennemente ai suoi visitatori, offrendogli un palcoscenico 
chiaramente propagandistico, certamente concordato con il governo 
Olmert (che del resto sta offrendo lo stesso «pacchetto» anche alla 
Fiera del libro di Parigi, due mesi prima che a Torino).

Nei tanti articoli che ci sommergono con deprecazioni e lezioni 
moralistiche sul dialogo (andate a parlarne a Gaza e nei territori 
occupati!) e la libertà della cultura, non manca mai, e questo è 
forse l’aspetto più vergognoso e francamente scandaloso, il richiamo 
all’Olocausto. Vergogna a chi (magari anche essendo ebreo, come 
quelli che si riuniscono nell’associazione «Ebrei contro 
l’occupazione») rifiuta di accettare la politica aggressiva e 
razzista dei governi di Israele.
Chi boicotta la Fiera di Torino 
boicotta «gli ebrei» (PG Battista) e dimentica (idem) i 
rastrellamenti nazisti e lo sterminio nei campi. Uno studioso ebreo 
americano, Norman G. Finkelstein, ha scritto su questo vergognoso 
sfruttamento della Shoah un libro intitolato significativamente 
L’industria dell’Olocausto (in italiano nella Bur). Proprio il 
rispetto per le vittime di quello sterminio dovrebbe vietare di 
utilizzarne la memoria per giustificare l’attuale politica israeliana 
di liquidazione dei palestinesi. Nessuno dei «boicottatori» nega il 
diritto di Israele all’esistenza. Un diritto sancito dalla comunità 
internazionale nel 1948; proprio da quell’Onu di cui Israele, negli 
anni, non ha fatto che disattendere con arroganza i richiami e le 
delibere.

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UNA SHOAH PIU’ GRANDE…

marzo 1, 2008

di Germano Monti    

Da molti anni abbiamo dovuto fare l’abitudine alla sistematica disinformazione esistente in Italia sulla questione palestinese, intossicazione direttamente dipendente dalla subordinazione bipartisan della politica italiana a quella dello Stato ebraico. Basti dire che l’inviato più fazioso e manipolatore che la RAI abbia mai avuto in Medio Oriente – quel Claudio Pagliara idolo delle lobby sioniste – fu piazzato lì da Berlusconi all’inizio del suo mandato e lì è rimasto per tutta la durata del governo Prodi.
Ultimamente, si è passato ogni limite, compreso quello della decenza: mentre autorevoli (si fa per dire) esponenti della politica, della cultura e dell’informazione si mobilitano come un sol’uomo contro il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino, in cui lo Stato di Israele sarà l’ospite d’onore, i morti palestinesi sotto le bombe, i missili, le cannonate e i rastrellamenti israeliani non meritano mai l’onore della prima pagina e quasi mai quello di un trafiletto. Il fatto che da quasi un anno e mezzo l’intera popolazione della Striscia di Gaza sia sottoposta ad un embargo internazionale (voluto dallo Stato ebraico e dagli Stati Uniti, cui si è prontamente accodata l’Unione Europea, compresa l’Italia di Berlusconi e di Prodi) e che questo stia comportando la riduzione alla fame di un milione e mezzo di esseri umani, non mobilita i nostri intellettuali, i nostri opinionisti, i nostri politici.
La complicità con i crimini israeliani ha raggiunto il livello dell’oscenità: trentaquattro persone assassinate in due giorni, fra cui molti bambini colpevoli di giocare a pallone su campetti improvvisati, non ha prodotto un solo soprassalto di indignazione fra i tanti che, particolarmente a “sinistra”, si disperano perché qualcuno ha manifestato l’intenzione di disturbare la celebrazione della nascita di uno Stato – canaglia, anzi, dello Stato – canaglia per eccellenza, visto che detiene il record assoluto delle violazioni delle Risoluzioni delle Nazioni Unite, non ha mai sottoscritto i più importanti trattati internazionali (da quello sulla non proliferazione nucleare a quello sullo sfruttamento delle risorse idriche, tanto per citarne un paio) ed è retto da una legislazione razzista e discriminatoria che non ha nulla da invidiare a quella dell’Italia del 1938 o a quella del Sudafrica dell’Apartheid.
Ieri sera, guardavo su Al Jazeera le immagini strazianti del bambino di cinque mesi quasi fatto a pezzi da un missile israeliano: il nome di quel bambino me lo sono dovuto andare a cercare su siti non italiani, perché qui da noi le vittime palestinesi non hanno mai un nome, meno che mai un volto. Mohammed Al Bourai, si chiamava quel bambino. Quel nome non lo sentiremo, ovviamente, mai nelle corrispondenze di Claudio Pagliara, ma non lo leggeremo mai in un editoriale di Valentino Parlato, così come non uscirà mai dalla bocca di fausto bertinotti, entrambi, invece, straordinariamente loquaci nel condannare il boicottaggio della Fiera del Libro dedicata allo Stato di Israele.
Ora, sono curioso di vedere se e come Parlato, bertinotti e tanti altri commenteranno le parole di un certo Matan Vilnai, un nome che ai più non dice nulla, ma che in Israele è qualcuno, poiché è stato più volte Ministro ed attualmente è il Vice Ministro (laburista) della Difesa.  Questo signore sa di cosa parla: è stato un ufficiale dell’unità speciale Sayeret Matkal, di cui è stato comandante l’attuale Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, unità formata sul modello della S.A.S. britannica, con cui ha in comune anche il simpatico motto “Chi osa vince”.
Orbene, il Vice Ministro (nonché commilitone del Ministro), secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano che il lancio di razzi contro le città israeliane varrà ai Palestinesi “una Shoah più grande, useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per difenderci”. Ha detto proprio così, “una Shoah più grande”. Un suo portavoce si è poi premurato di precisare che “il Vice ministro della Difesa ha usato il termine nel senso di catastrofe”, e che “egli non voleva fare alcuna allusione al genocidio”. Ma le parole hanno un senso, e certe parole sono inequivocabili, specie se pronunciate da chi sa benissimo di cosa sta parlando.
Dunque, un esponente del governo israeliano dichiara pubblicamente che i Palestinesi devono aspettarsi qualcosa di peggio di quello che i nazisti hanno commesso nei confronti degli Ebrei.
Domande che si affollano nella mia mente: il sig. Vilnai sarà estromesso dal governo israeliano? Parlato e bertinotti si indigneranno? I vertici della Fiera del Libro chiederanno che almeno il signor Vilnai non si presenti ai festeggiamenti in onore dello Stato di cui è al governo? Le associazioni di ex deportati e dei sopravvissuti alla Shoah (quella più piccola, secondo il sig. Vilnai) faranno sentire la loro voce? Aspetto risposte. Non riuscendo a cancellare il pensiero che il nome di Mohammed Al Bourai non commuoverà intere generazioni, come ha fatto quello di Anna Frank, perché a lui non hanno lasciato nemmeno il tempo di imparare a scrivere.

Roma, 29.2.2008

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BAMBINI DELLA POLVERE

marzo 1, 2008

di JOHN PILGER

Mentre l’esercito israeliano cerca di imprigionare un intero popolo, sono i
giovani a soffrire maggiormente. La metà dei palestinesi uccisi negli ultimi
sei anni sono bambini.

Israele sta distruggendo ogni concetto di Stato della Palestina e gli si
permette di imprigionare una nazione intera. Lo si vede dagli ultimi
attacchi nella striscia di Gaza, le cui sofferenze sono diventate la
metafora di una tragedia imposta ai popoli del Medio Oriente ed oltre.
Questi attacchi, riferiti da “Channel 4 News” erano “mirati a figure chiave
tra le milizie di Hamas” e ad “infrastrutture di Hamas”. La BBC ha descritto
uno “scontro” tra le suddette milizie e un caccia F-16 israeliano.

Consideriamo tale scontro. La macchina su cui viaggiavano alcuni militi di
Hamas è stata fatta esplodere da un missile lanciato da un
cacciabombardiere. Chi erano questi militanti? Per quanto mi riguarda, tutte
le persone di Gaza “militano” per resistere ai loro carcerieri ed aguzzini.
Mentre la “infrastruttura di Hamas” altro non era che il quartier generale
del partito che lo scorso anno aveva vinto democraticamente le elezioni in
Palestina
. Riferirlo così avrebbe dato un’impressione errata, avrebbe
significato che le persone in quella macchina e tutte le altre, incluse
quelle con vecchi e neonati, che negli ultimi anni si sono “scontrate” con
cacciabombardieri sono state vittime di un’ingiustizia mostruosa. Sarebbe
troppo vicino alla verità.

“Alcuni dicono ­ continua il commentatore di Channel 4 ­ che Hamas se l’è
cercato (questo attacco)S” Forse si riferiva ai razzi lanciati su Israele
dalla prigione di Gaza, razzi che non avevano ucciso nessuno. Secondo la
legge internazionale un popolo occupato ha tutti i diritti di usare le armi
contro le forze occupanti
. Ma di questo diritto non se ne parla mai. Il
giornalista di Channel 4 parlava di “guerra infinita” suggerendone di
equivalenti. Ma qui non si tratta di una guerra. Si tratta della resistenza
di un popolo tra i più poveri e vulnerabili della terra ad una prolungata,
illegale occupazione imposta dalla quarta potenza militare al mondo, le cui
armi di distruzione di massa oscillano tra le bombe a grappolo a bombe
termonucleari, e finanziata dal proprio strapotere.

Soltanto negli ultimi sei anni, scrive lo storico Ilan Pappé, “le forze
israeliane hanno ucciso 4.000 palestinesi, di cui la metà bambini
“.

Vediamo come funziona questo potere. Secondo documenti ottenuti dalla Stampa
Internazionale Riunita, “un tempo Israele finanziava Hamas per cercare di
dividere e diluire l’appoggio dei palestinesi alla forte e laica PLO
(Organizzazione per la Liberazione della Palestina) usandolo come valida
alternativa religiosa”, parole di un ex ufficiale della CIA.

Oggi Israele e Stati Uniti hanno invertito la loro tattica e appoggiano
apertamente i rivali di Hamas, Al-Fatah, con mazzette di milioni di dollari.
Di recente Israele ha lasciato che 500 guerriglieri di Al-Fatah
raggiungessero segretamente la striscia di Gaza attraverso l’Egitto, dove
erano stati addestrati da un altro cliente americano, la dittatura del
Cairo. Lo scopo di Israele è di minare il governo palestinese eletto e di
provocare una guerra civile. Non ci sono riusciti del tutto. In tutta
risposta, i palestinesi hanno formato un governo di unità nazionale di Hamas
e Al-Fatah. Gli ultimi attacchi servivano a distruggere questa alleanza.

Con il caos assicurato nella striscia di Gaza e la Cisgiordania murata, il
piano di Israele, scrive l’accademico palestinese Karma Nabulsi “è una
visione alla Hobbes di una società anarchica, mozza, violenta, impotente,
distrutta, impaurita, dominata da milizie e bande rivali, da ideologie
religiose ed estremiste, spezzettata in tribalismi etnici e religiosi,
pervasa di collaborazionisti Guardate all’Iraq di oggi”

Il 19 maggio il Guardian ricevette questa lettera da Omar Jabary al-Sarafeh,
un residente di Ramallah: “Terra, acqua e aria sono sotto la continua
sorveglianza di un sofisticato sistema militare che fa di Gaza una specie di
Truman Show. In questo film ogni attore di Gaza ha un ruolo predefinito e
l’esercito israeliano dirige la regiaS La striscia di Gaza deve essere vista
per quello che èS un laboratorio israeliano sostenuto dalla comunità
internazionale dove esseri umani sono usati come cavie per collaudare i più
drammatici e perversi sistemi economici di soffocamento e sopraffazione
“.

Lo stimato giornalista israeliano Gideon Levy ha descritto la fame che
spazia tra il milione e un quarto degli abitanti di Gaza e le “migliaia di
feriti, disabili e traumatizzati psichici che non ricevono alcuna curaS
Ombre di esseri umani vagano per le macerie essi sanno soltanto che
l’esercito israeliano tornerà e sanno che cosa significherà per loro: più
imprigionamenti nelle loro stesse case per settimane, più morte e
distruzione in proporzioni mostruose”.

Ogni volta che torno a Gaza sono consumato da una specie di malinconia, mi
sento come se violassi un luogo segreto di lutto. Spirali di fumo sono
sospese nel cielo dello stesso Mar Mediterraneo conosciuto dai popoli
liberi, ma non qui. Lungo spiagge che i turisti riterrebbero pittoresche si
trascinano i carcerati di Gaza; code di figure seppiate si trasformano in
silouhette, marciando sui bordi dell’acqua tra l’andarivieni ondeggiante di
liquami. Acqua ed elettricità vengono tagliate, di nuovo, quando i
generatori sono colpiti, ancora. Icone commemorative, sfregiate da
proiettili, sono disegnate sui muri, una ricorda una famiglia di 18 persone,
tra uomini, donne e bambini, che si sono “scontrate” con una bomba
israelo/americana da 500 libbre lanciata sul loro condominio mentre
dormivano. Presumibilmente erano militanti.

Più del 40 per cento della popolazione di Gaza sono bambini sotto i 15 anni.
In uno studio sul campo nella Palestina occupata, svolto per il British
Medical Journal e durato quattro anni, il dottor Derek Summerfield scrisse
che “due terzi dei 621 bambini uccisi a posti di blocco, per strada, mentre
andavano a scuola, o nelle loro case, sono morti per ferite da armi di
piccolo calibro, dirette, in più di metà dei casi, alla testa, al collo, al
petto ­ ferite da cecchino”. Un mio amico alle Nazioni Unite li chiama
“bambini della polvere”. La loro meravigliosa fanciullezza, il loro chiasso,
le loro risatine, il loro fascino preludevano a un incubo.

Ho incontrato il dottor Khalid Dahlan, uno psichiatra a capo di diversi
progetti comunitari per la sanità infantile a Gaza, che mi ha parlato del
suo ultimo sondaggio. “La statistica che personalmente trovo insopportabile”
­ dice ­ “è che il 99.4% dei bambini studiati soffrono di trauma. Quando si
guardano i vari tassi di esposizione a trauma si vede che il 99.2% delle
case dei bambini studiati è stata bombardata, che il 97.5% è stato esposto a
lacrimogeni, il 96.6% ha visto sparatorie, il 95.8% ha assistito a
bombardamenti e funerali e quasi un quarto ha assistito al ferimento o alla
morte di loro famigliari”.

Ha aggiunto che bambini in tenera età, alcuni di soli tre anni, devono
confrontarsi con la dicotomia causata da queste condizioni. Sognano di
diventare dottori e infermieri, ma poi subentra una visione apocalittica di
se stessi come prossima generazione di kamikaze.
Si sentono invariabilmente
così subito dopo un attacco israeliano. Per alcuni ragazzi i loro eroi non
sono più calciatori, ma una confusione di “martiri” palestinesi e perfino i
nemici “perché i soldati israeliani sono i più forti e hanno elicotteri
Apache”.

Poco prima della sua morte, Edward Said rimproverava amaramente i
giornalisti per quello che lui chiamava il loro ruolo distruttivo nel
“separare il contesto della violenza palestinese, risposta di un popolo
disperato e orribilmente oppresso, dalla terribile sofferenza da cui
deriva”.
Proprio come l’invasione dell’Iraq era “una guerra mediatica” lo
stesso si può dire del grottesco conflitto “a senso unico” in Palestina.
Come sottolinea un’innovativa ricerca della University Media Group di
Glasgow, ai telespettatori si dice raramente che i palestinesi sono vittime
di un’occupazione militare illegale; il termine “territori occupati” è
spiegato di rado. Soltanto il 9 per cento dei giovani intervistati nel Regno
Unito sanno che sono gli israeliani gli occupanti e che i coloni illegali
sono ebrei; molti credono che siano palestinesi. L’uso ricercato del
linguaggio da parte dei giornalisti televisivi è cruciale nel mantenimento
di tale confusione e ignoranza. Parole come “terrorismo” e “brutale
assassinio a sangue freddo” descrivono le morti israeliane, quasi mai quelle
palestinesi.

Ci sono meritevoli eccezioni. Il giornalista sequestrato della BBC, Alan
Johnston, è una di queste, eppure, tra la valanga di servizi riguardanti il
suo sequestro, non si è parlato delle migliaia di palestinesi sequestrati da
Israele, molti dei quali non vedranno le loro famiglie per anni. Non ci sono
appelli per loro. A Gerusalemme, l’Associazione della Stampa Straniera
documenta sparatorie e intimidazioni che riguardano la categoria fatte da
soldati Israeliani. In un periodo di otto mesi, otto giornalisti, incluso il
capo dell’ufficio della CNN di Gerusalemme, sono stati feriti da soldati
israeliani, alcuni di loro seriamente. In ogni singolo caso, l’associazione
ha protestato, e in ogni singolo caso non ci fu risposta soddisfacente
.

La censura per omissione è molto diffusa nel giornalismo occidentale per
quanto riguarda Israele, specialmente negli Stati Uniti, dove Hamas è
descritta come “un gruppo terrorista che ha giurato la distruzione di
Israele” e che “rifiuta di riconoscere Israele e vuole combattere e non
parlare”. Questa tesi sopprime la verità: che Israele vuole la distruzione
della Palestina. Inoltre, le proposte da lungo avanzate da Hamas per una
tregua di 10 anni sono state ignorate, insieme al recente speranzoso
cambiamento di ideologia all’interno di Hamas che equivale ad una storica
accettazione della sovranità di Israele.
La carta (di Hamas) non è il
Corano” ha detto un alto ufficiale di Hamas, Mohammed Ghazal. “Storicamente
crediamo che tutti i palestinesi appartengono alla Palestina, ma ora stiamo
parlando della realtà, di soluzioni politicheS Se Israele arriverà al punto
di poter parlare con Hamas, non credo che ci sarebbero problemi nel
negoziare con gli israeliani (per una soluzione)”.

L’ultima volta che ho visto Gaza, guidando verso il posto di blocco e il
filo spinato, sono stato premiato dallo spettacolo di bandiere palestinesi
mosse dal vento dietro le mura della recinzione. Erano bambini che le
facevano sventolare, mi fu riferito. Fanno aste con bastoni legati insieme e
uno o due di loro scalano un muro e tengono la bandiera tra di loro, in
silenzio. Lo fanno quando ci sono in giro stranieri perché credono che loro
lo diranno al mondo.

L’ultimo libro di John Pilger, “Freedom Next Time”, è pubblicato in edizione
tascabile da Black Swan (£8.99). Il suo primo film per il cinema, “War on
Democracy”, uscirà il 15 giugno.

John Pilger
Fonte:
http://www.newstatesman.com/

Link: http://www.newstatesman.com/200705280029
28.05.2007


Scelto e tradotto per
www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA

Abraham Yehoshua: se questo è scrittore israeliano è un pacifista……

marzo 1, 2008

 

Riportiamo qui a seguito – con nostri commenti tra parentesi – l’emblematica intervista rilasciata dallo scrittore “pacifista” israeliano Abraham Yoshua al quotidiano Haaret’z e riportata dal Corriere della Sera. E’ inutile ricordare che Yoshua è uno degli ospiti d’onore alla Fiera del Libro di Torino a Maggio dedicata ad Israele e che viene sbandierato in Italia come scrittore pacifista, progressista, democratico etc. etc.

“Uno Stato binazionale? La fine di Israele”
Yehoshua: «Non vorrei un vicino musulmano»
Intervista ad Haaretz dell’autore che in passato era stato un sostenitore della convivenza tra i due popoli

GERUSALEMME — Abraham Yehoshua vive ad Haifa, la città dove arabi ed ebrei provano a convivere. Ritrovarsi con un vicino di casa palestinese, al piano di sotto, in uno Stato da dividere con lui, lo disturberebbe. (Commento: se qualcuno in Italia avesse detto ad un giornale che vivere con un ebreo al piano lo disturberebbe, come sarebbe stato giudicato?)«Se vivessimo in uno Stato binazionale, a Yom Kippur non potrei obbligarlo a spegnere la radio o a non andare in giro con l’auto», ha risposto lo scrittore a due giornalisti di Haaretz. Quando hanno provato a replicare «lei è laico, che cosa le importa di Yom Kippur», spiega: «È un giorno molto importante per me. Deve mantenere il suo carattere. Io vivo in una comunità con una sua memoria, le sue festività, gli altri hanno le loro celebrazioni e le loro tradizioni». Da qui l’avvertimento: «Uno Stato binazionale porterebbe alla nostra distruzione. Gli ebrei fuggirebbero e i palestinesi arriverebbero. Significherebbe cancellare il desiderio di far parte della nazione, eliminerebbe i simboli e l’identità. Dovremmo cambiare la bandiera, l’inno. Gli arabi non vogliono due Stati». (commento: è più o meno lo stesso concetto espresso in questi anni dalla Lega o da Haider verso i migranti e i musulmani. Ma se non lo accettiamo o tolleriamo dai leghisti e non lo abbiamo tollerato da Haider perchè dovremnmo tollerarlo da Yoshua?)
. Yehoshua, uno degli scrittori simbolo della sinistra israeliana, spiega chi considera simile. «Ho molto in comune con gli ultraortodossi moderati di Bnei Brak. Molto di più che con un poeta arabo e laico come Mahmoud Darwish. Lui vive secondo codici diversi, musulmani. Non sono contro questi codici, li rispetto». Idee che ripete nel nuovo libro, Afferrare la Patria, arrivato in questi giorni nelle librerie israeliane, una raccolta di saggi.
Sono 41 anni che non fuma, dalla guerra dei Sei giorni, quando giurò che non avrebbe acceso più una sigaretta fino alla pace. Sa che non succederà presto. «La sensibilità che dimostriamo verso qualcuno che è stato rapito — continua — è molto più profonda di quella nei codici dei palestinesi. Noi abbiamo i nostri codici morali, gli arabi i loro. Mandano la gente a farsi saltare in aria. Non credo che neppure durante l’Olocausto qualcuno avrebbe potuto chiederlo a suo figlio. E non sto parlando di uccidere bambini tedeschi, neppure per ammazzare i soldati. Noi non vogliamo distruggerli. I palestinesi a Gaza invece distribuiscono caramelle dopo un attentato».
I giornalisti di Haaretz hanno potuto vedere le bozze di lavoro per il libro. In una pagina l’aggettivo «brutale» è cancellato a mano, accompagnava la parola «occupazione». (Commento: l’aggettivo brutale per Yoshua è troppo se riferito all’occupazione israeliana dei territori Palestinesi. Che idea ha di una occupazione brutale nel XXI° Secolo Abraham Yoshua?) «Ho tolto “brutale” perché mi sembra che ci sia anche una proporzione. Durante quattro anni della seconda intifada, uno degli eserciti più sofisticati al mondo ha affrontato i miliziani: 4 mila palestinesi sono stati uccisi e un migliaio di israeliani. Questo non è nazismo. I nazisti avrebbero ucciso 4 mila persone in un minuto».
Davide Frattini

Luisa Morgantini contestata da Italia-Israele a Bologna – 1-3-08

marzo 1, 2008

Per conto del Parlamento Europeo Luisa Morgantini era stata invitata a presenziare alla cerimonia di commemorazione in ricordo dei carabinieri, dei militari e dei civili deportati nei lager nazisti perché rifiutarono di collaborare coi tedeschi. L’associazione Italia- Israele, con una dichiarazione del Presidente, ha fatto sapere di non gradirne la presenza per le sue simpatie palestinesi. Pubblichiamo la nota dell’Ansa sull’accaduto e a seguire un commento dell’europarlamentare.

UE: INVITA MORGANTINI A BOLOGNA, COMUNITA’ EBRAICA PROTESTA (ANSA) – BOLOGNA, 28 FEB – La comunita’ ebraica e l’Associazione Italia-Israele di Bologna contestano la scelta del Parlamento europeo di inviare la vicepresidente Luisa Morgantini (Prc-Sinistra Europea) come propria rappresentante alla cerimonia che domani alle Caserme Rosse ricordera’ i carabinieri, i militari e i civili che non collaborarono con l’occupante nazista e percio’ furono deportati.

La comunita’ fa sapere che non partecipera’ alla cerimonia. ”Purtroppo – scrive Lucio Pardo per Italia-Israele – la Morgantini si e’ sempre particolarmente distinta nell’opera di critica continua dello Stato di Israele. Non si tratta di una critica ad un governo, o dell’approvazione al governo successivo, ma si tratta di una critica aprioristica, incondizionata e senza appello, a tutti i governi dello Stato di Israele, a tutte le sue istituzioni, a tutte le sue azioni, in sostanza alla sua stessa esistenza”. ”Il Parlamento europeo e’ libero di inviare chi vuole, anche Jean Marie Le Pen – conclude Pardo – Gli ebrei di Bologna sono altrettanto liberi di manifestare tutta la loro contrarieta’ verso chi nega agli israeliani il diritto alla vita”. ”Oggi la Comunita’ Ebraica di Bologna, invitata come da anni avviene, a partecipare alla cerimonia alle ‘Caserme Rosse’ – scrive la Comunita’ ebraica – ha deciso di non presenziare a tale cerimonia poiche’ il parlamento Europeo ha designato come proprio rappresentante Luisa Morgantini.

Noi crediamo nella democrazia e nella liberta’ come garanzia degli individui proprio come le persone che qui oggi vengono ricordate e che hanno speso la propria vita per assicurarla alla nostra nazione. La Morgantini si e’ sempre distinta per Sue affermazioni contro lo Stato d’Israele, diffamandolo sotto ogni aspetto. Tali critiche a senso unico delegittimano lo Stato d’Israele, unico stato libero e democratico del Vicino Oriente e costituiscono le premesse per il suo annientamento. E’ pertanto vero che ‘chiunque rinneghi lo Stato d’Israele rinnega la Shoa”.

Uno degli organizzatori della cerimonia, Armando Sarti, ha per altro diffuso il testo della mail inviatagli oggi dall’ambasciatore d’Israele, Gideon Meir, il quale ha declinato l’invito ”per impegni precedenti. Non voglio pero’ mancare – ha scritto il rappresentante diplomatico – di considerarmi comunque idealmente presente nel ricordo imperituro delle vittime innocenti barbaramente trucidate nel periodo piu’ buio della storia contemporanea dai carnefici nazifascisti. Israele le saluta ed onora con commozione e non le dimentichera’ mai, affinche’ simili tragedie non accadano mai piu”’.

Mi sento amareggiata…

di Luisa Morgantini (Vice Presidente del Parlamento Europeo)

Roma, 28 Febbraio 2008 – Sono molto rattristata ed offesa di essere fatta oggetto di fanatismi, bugie e pregiudizi , perchè tale considero la lettera, a firma del Sig. Lucio Pardo che non ho il piacere di conoscere, che ho visto nella nota diffusa dall’Ansa.

Sono nata in Val d’Ossola, da un padre partigiano, che durante la Seconda Guerra mondiale ha combattuto sulle montagne italiane per difendere il suo paese dal nazifascismo. Con tale eredità, sono cresciuta pensando mai più guerre e mai più persecuzioni. Per nessuno.

Non ho mai messo in discussione l’esistenza dello Stato di Israele, ma critico fortemente le scelte politiche dei governi israeliani , quali l’occupazione militare, l’espansione coloniale e le chiusure imposte a Gaza. Facendo questo, mi limito a difendere i principi sanciti dal diritto internazionale e dalle risoluzioni ONU, oltre che il diritto del popolo palestinese a vivere in un proprio Stato, in libertà, così come avviene per i cittadini israeliani.

Continuo a pensare , come sostengono anche le risoluzioni votate al Parlamento Europeo, che la politica del governo israeliano sia una politica che utilizza le punizioni collettive sulla popolazione civile palestinese, contrarie alla legalità internazionale; altrettanto denuncio, come ho sempre fatto, azioni ad opera di gruppi estremisti palestinesi contro la popolazione civile israeliana, ribadendo da anni la necessità di una pace giusta che protegga la popolazione palestinese quanto quella israeliana e che affermi la coesistenza tra due popoli e due stati. Proprio per questo con l’ultima delegazione di europarlamentari che ho guidato a febbraio in Israele e in Palestina, ci siamo recati a Gaza e a Sderot.

Ho sempre dichiarato che l’unica strada che l’Unione Europea ha per difendere i diritti umani è la strada che condanna al tempo stesso ogni antisemitismo, ogni razzismo o xenofobia.

Sarò a Bologna domani e di questo invito ringrazio gli organizzatori, per ricordare e commemorare i fucilati, civili e militari, i rastrellati e le donne e gli uomini imprigionati a Caserme Rosse e deportati nei lager nazisti, per rendere loro l’omaggio della memoria e per dire mai più Shoà e mai più persecuzioni.

D eci e lode a me? D eci e lode a te!

febbraio 22, 2008

Premio D eci e lode

Io che da studente mi accontentavo di uno striminzito 6–,
preso com’ero già allora a ricorrere fantasticherie d’evasione,
sono stato proposto per un D eci e Lode,
dall’amica Audrey.
Mi tocca rilanciare,
e allora propongo Omnia munda mundis per le contaminazioni benevoli fra i nostri spazi vital-virtuali,
Bats per la sua gran bella musica e la piuma leggiadra,
Tisbe perchè il suo bel blog è un posto al sole,
i fratelli Arack e gli insonni della ragione per la fratellanza guerrillera che ci contraddistingue.
Aggiungo ai citati quelle menti dipendenti solo dalla loro indipendenza di Controcopertina, che fanno gli anni proprio in questi giorni, cento di questi post hermanos!
Ah ! la stessa Audrey merita la citazione,
in quanto testimone vivente che nel web è possibile incrociare quelle anime senzienti
che lungo le strade sono nascoste dalla folla dei morti viventi.
Vik
(ps. non sono molto avvezzo a queste cose, spero di essere stato nei regolamenti)
Vik alias
http://guerrillaradio.iobloggo.com/
——————————————————-

“Premio D eci e lode”

Che cos’è?

“D eci e lode” è un premio, un certificato, un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone.

Come si assegna?

Chi ne ha ricevuto uno può assegnarne quanti ne vuole, ogni volta che vuole, come simbolo di stima a chiunque apprezzi in maniera particolare, con qualsiasi motivazione sempre che il destinatario, colui o colei che assegna il premio o la motivazione non denotino valori negativi come l’istigazione al razzismo, alla violenza, alla pedofilia e cosacce del genere dalle quali il “Premio D eci e lode” si dissocia e con le quali non ha e non vuole mai avere niente a che fare.

Le regole:

1. Esporre il logo del “Premio D eci e lode”, che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo si è ricevuto. E’ un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore (nel post originario c’è il pratico “copia e incolla”);

2. Linkare il blog di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;

3. Se non si lascia il collegamento al post originario già inserito nel codice html del premio provvedere a linkarlo (nel post originario c’è il pratico “copia e incolla”);

4. Inserire il regolamento (nel post originario c’è il pratico “copia e incolla”);

5. Premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.

Queste regole sono obbligatorie soltanto la prima volta che si riceve il premio per permettere la sua diffusione, ricevendone più di uno non è necessario ripetere le procedure ogni volta, a meno che si desideri farlo. Ci si può limitare ad accantonare i propri premi in bacheca per mostrarli e potersi vantare di quanti se ne siano conquistati.

Si ricorda che chi è stato già premiato una volta può assegnare tutti i “Premio D eci e lode” che vuole e quando vuole ( a parte il primo), anche a distanza di tempo, per sempre. Basterà dichiarare il blog a cui lo si vuole assegnare e la motivazione. Oltre che, naturalmente, mettere a disposizione il necessario link in caso che il destinatario non sia ancora stato premiato prima.

Le ragioni del boicottaggio della fiera del libro di Torino

febbraio 20, 2008

 «In occasione della ricorrenza del 60° anniversario della sua fondazione, Israele ha scelto Torino come la vetrina più adatta per far conoscere e discutere la propria identità culturale». Quindi è Israele che ha scelto la Fiera di Torino come “vetrina” e la Fiera si è solo messa al servizio.

Leggi le ragione del boicottaggio qui:

http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1653

Aharon Shabtai, a favore del boicottaggio ad Israele

febbraio 10, 2008
«È un’occasione di propaganda, per questo io, israeliano, non sarò al Salone di Parigi»
Intervista Il poeta Aharon Shabtai declina l’invito a partecipare all’evento culturale francese E accusa la deriva di destra del suo paese, che solo un intervento dell’Europa potrà arginare
(Michelangelo Cocco per Il Manifesto)
Per le sue traduzioni dei Tragici, dal greco classico all’ebraico moderno, gli fu attribuito nel 1993 il Premio del primo ministro israeliano. Era il periodo del processo di pace di Oslo e Aharon Shabtai credeva che il governo fosse intenzionato a fare la pace con i palestinesi. Accettò l’ambìto riconoscimento. Qualche settimana fa invece il poeta, uno dei più famosi nello Stato ebraico, ha declinato l’invito rivoltogli a partecipare al Salone del libro di Parigi. Nato nel 1939 a Tel Aviv, autore di una ventina di raccolte di poesie e conosciuto all’estero soprattutto per «J’accuse» – in cui si scaglia contro il governo e la società del suo paese – è uno dei più radicali nella pattuglia di intellettuali «dissidenti». Secondo Shabtai, che ha risposto al telefono alle domande del manifesto, lo Stato ebraico sarebbe in preda a una deriva di destra che potrebbe essere arginata solo da un intervento dell’Europa, il Continente dei Lumi che dovrebbe aiutare «l’apartheid israeliana» a compiere una svolta come quella impressa al Sudafrica dall’ex presidente De Klerk.
Aharon Shabtai, perché ha rifiutato l’invito di Parigi a partecipare al Salone del libro?
Perché ritengo che si tratti di un’occasione di propaganda, in cui Israele si metterà in mostra come uno Stato con una cultura, dei poeti, ma nascondendo che in questo momento sta compiendo dei terribili crimini contro l’umanità. Lo stesso presidente Shimon Peres, responsabile del massacro di dieci anni fa a Kfar Kana (in Libano), parteciperà. Per me sarebbe stato impossibile andare a leggere i miei testi a Parigi.
Qual è l’immagine dell’altro – del palestinese – riflessa dalla letteratura israeliana?
Nel sionismo – uno dei frutti del nazionalismo dell’800 – c’erano elementi positivi: l’idea che gli ebrei, reduci dalle persecuzioni in Europa, venissero qui in Israele acquistando libertà e indipendenza. Ma ora ci siamo trasformati in uno stato coloniale, con i giornali che fanno propaganda razzista contro gli arabi e i musulmani. Siamo un popolo avvelenato da questa propaganda. La maggior parte della letteratura «mainstream» è completamente egocentrica: non è interessata all’altro, rappresenta la vita della borghesia e si occupa di problemi psicologici. La nostra letteratura non ha a cuore i problemi morali cruciali di questo momento storico. Si configura soprattutto come intrattenimento borghese. In questo contesto la maggior parte degli scrittori si dichiara in termini generali «per la pace», ma quando c’è da prendere una decisione per fare qualcosa di «aggressivo» si schiera col governo, come durante l’ultima guerra in Libano, quando Yehoshua, Grossman e Oz hanno scritto sui giornali che si trattava di un conflitto giusto. All’estero dipingono l’immagine di un Israele liberale, ma sono parte integrante del sistema.
Ma il governo israeliano è ufficialmente impegnato in colloqui di pace con l’Autorità nazionale palestinese e ammette l’urgenza di dare ai palestinesi uno stato, anche se solo in una parte del 22% della Palestina storica.
Il problema non è lo Stato, ma la terra. Qui i giornali ne parlano apertamente, ogni giorno, molto più che in Italia e in Europa: gli insediamenti, la confisca di territorio, il controllo dell’acqua da parte delle autorità israeliane aumentano di giorno in giorno. Questi sono i fatti, molto diversi dalla propaganda utilizzata dal governo: i palestinesi non hanno più un territorio.
Che significato ha per lei il 60° anniversario della fondazione dello Stato ebraico?
Dopo sessanta anni ci troviamo di fronte a un bivio: o continuare a essere uno stato coloniale e proseguire con la guerra, mettendo seriamente in pericolo il futuro d’Israele perché – non dobbiamo dimenticarlo – viviamo in Medio Oriente, non in California. L’alternativa è fare come (l’ex presidente sudafricano) De Klerk: invertire la rotta e provare a dare ai palestinesi pieni diritti sulla loro terra, cercando di creare un uovo sistema di pace. Altrimenti non sopravvivremo né da un punto di vista morale, né come stato, perché la guerra si espanderà a tutto il Medio Oriente.
Alcuni gruppi della sinistra italiana sono pronti a boicottare la Fiera del libro di Torino, mentre la sinistra istituzionale si oppone perché, sostiene, il boicottaggio va contro i principi stessi della cultura, provoca reazioni negative e gli intellettuali non sono responsabili delle azioni dei loro governi.
Quello che affermano è assurdo: durante il periodo hitleriano o durante l’apartheid intellettuali come Brecht e tanti altri si univano per combattere il fascismo e il segregazionismo. Gli intellettuali, assieme alle organizzazioni di base, contribuirono alla fine dell’apartheid. Gli intellettuali – che devono essere liberi – dovrebbero partecipare al boicottaggio. Un aiuto dall’Europa, che boicotti Israele non in quanto tale, ma in quanto establishment politico militare che sostiene l’occupazione, è l’unica possibilità di salvare i palestinesi e noi, gli ebrei d’Israele.
Da dieci anni, dal tramonto del movimento pacifista, siete fermi a un migliaio di «dissidenti» che manifestano contro la guerra. Perché non riuscite a raggiungere un’audience più ampia?
Perché in Israele tutte le televisioni e tutti i giornali educano la gente al nazionalismo, con un lavaggio del cervello quotidiano. Ora sono seduto, qui nel mio appartamento, e posso sentire distintamente il mio vicino che sta dicendo: «Gli arabi non sono un popolo, sono barbari, avremmo dovuto colpirli con la bomba atomica». Quello che afferma l’ha imparato dai mass media, che creano panico e rabbia mentre i politici collaborano con l’establishment militare. Viviamo in una situazione orwelliana: ogni giorno la tv ripete quanto sia terribile vivere a Sderot, dove quasi nessuno viene ucciso. A due passi dalla cittadina israeliana c’è l’inferno di Gaza, che è diventata un ghetto.
Ma cosa possiamo augurarci in un futuro prossimo?
Io spero nell’aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l’occupazione fin quando l’Europa non gli dirà «basta», perché Israele dipende dall’Europa e dagli Stati Uniti. Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale – in cui a dettar legge è l’esercito – non può essere cambiata dall’interno. Per i valori di cui è portatrice, l’Europa non può continuare a collaborare con Israele. Io spero che in un anno o due l’Europa possa cambiare rotta.

Distinguiamo ebrei da israeliani (di Riccardo della Torre)

febbraio 10, 2008


Con il boicottaggio della Fiera del libro non si difendono le sacrosante ragioni dei palestinesi a avere una proprio stato, non permettendo un dialogo, difficoltoso, ma potenzialmente fecondo fra le parti; in questo concordo con quanto scritto da d’Eramo. Ha ragione anche Ceserani quando nota come tutta la faccenda sia nata male sin dall’inizio. E le stesse motivazioni illustrate da Parlato per giustificare la nascita di Israele appaiono poco convincenti. Ricordo solo che il libello Der judenstaat di Hertzl è del 1896 e che la dichiarazione Balfour è del 1917, per cui la nascita di un focolare ebraico in Palestina era cosa già in fieri prima della fine della II guerra mondiale e del senso di colpa collettivo dopo la scoperta degli orrori della Shoah. Uno stato la cui stessa formazione rivela la cultura imperialistica e antistorica, uno stato a una sola etnia, in cui, nel 2008 la popolazione arabo-israeliana è ancora sentita come monade, altro da sé, dalla maggioranza. Ora sembra necessario, data la confusione semantica mostrata dai giornalisti in questi giorni, distinguere tra ebrei e israeliani. Pare sia di moda l’identificazione degli uni negli altri, benché a me risulti che esistano anche ebrei non israeliani e, che pazzia!, ce ne fossero stati pure di non sionisti.

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perchè si dice boicottaggio

febbraio 10, 2008

Il capitano Charles Cunningham Boycott (1832-1897), agente della tenuta del conte di Erne, fu «boicottato» perché si era rifiutato di accettare i pagamenti dei fittavoli fissati secondo i loro calcoli. La sua vita fu resa impossibile per indurlo a recedere dall’intransigenza. Da quel lontano 1880 boicottare ha significato astenersi dall’intrattenere rapporti commerciali o sociali con colui su cui si vuole esercitare una pressione per raggiungere un determinato obiettivo. Non è in gioco l’esistenza o il riconoscimento. Si riconosce anzi l’autorità e la volontà di un soggetto pienamente responsabile. Nessuno ha mai pensato di negare l’esistenza della Cina o della Libia quando i loro regimi sono stati boicottati o quando si chiede di boicottare le Olimpiadi di Pechino. Non si vorrebbe che il salto logico dal dissenso su un evento specifico all’apocalisse tradisse una qualche insicurezza proprio fra i paladini di Israele, se non sul suo diritto a esistere almeno sulla legalità o legittimità di troppi dei suoi atti compiuti nel passato e nel presente.
Se la discussione avesse riguardato veramente la censura o l’ostracismo di libri e autori sarebbe finita prima di cominciare (nel cestino, come scrive Magris). I precedenti in materia sono troppo pesanti per agire alla leggera. Al più, con un po’ di fair play, si potrebbe ammettere che, al pari degli animali orwelliani, non tutti i libri (o film) sono eguali e hanno lo stesso accesso e la stessa visibilità. Non si capisce perché fingere di ignorare la portata politica dell’operazione (nei due sensi). Non per niente Repubblica cita di più l’impegno civile di Grossman che il valore dei suoi romanzi. La direzione della Fiera non discute con una ong ma con il personale dell’ambasciata israeliana. La distinzione fra governo e stato è ineccepibile e è stata da sempre un cavallo di battaglia di chi è solito criticare la politica del governo di Israele senza mettere in discussione lo stato. A rigore, però, c’è più corrispondenza fra i due livelli negli stati democratici, quale è Israele, dove il governo risponde al corpo elettorale, che negli stati in cui al popolo è precluso persino di esprimersi con il voto. Comunque, si tratti di sport, di viaggi o di commercio, risparmiare ai cittadini o ai lavoratori innocenti gli effetti collaterali delle campagne di boicottaggio contro un regime o una multinazionale è pressoché impossibile.

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Boicottaggio della fiera del libro di Torino: Perché non parteciperò alla Fiera del libro ( di Tariq Ali)

febbraio 10, 2008
Quando ho accettato di partecipare alla Fiera del libro di Torino, cosa che avevo fatto in precedenza, non avevo idea che l’«ospite d’onore» fosse Israele con il suo 60esimo anniversario. Ma questo è anche il 60esimo anniversario di quella che i palestinesi chiamano la nabka: il disastro che si abbatté su di loro quell’anno, quando furono espulsi dai loro villaggi, in alcuni casi uccisi, le donne stuprate dai coloni. Questi fatti non sono più in discussione.
Perché dunque la Fiera del libro di Torino non ha invitato israeliani e palestinesi in pari numero? La presenza, accanto a trenta autori israeliani, di trenta autori palestinesi (e vi garantisco che ne esistono: sono poeti e romanzieri raffinati) avrebbe potuto essere vista come un gesto positivo e pacifico, e avrebbe consentito un dibattito costruttivo: una versione letteraria della West-Eastern Diwan Orchestra di Daniel Barenboim, metà israeliana, metà palestinese. Una scelta di questo tipo avrebbe unito le persone, ma no. I commissari dela cultura sanno quello che fanno. Ho discusso energicamente con alcuni degli scrittori israeliani presenti alla Fiera del libro in altre occasioni, e sarei stato felice di fare lo stesso anche questa volta, se le condizioni fossero state diverse. Quello che hanno deciso di fare è una brutta provocazione.
Sembrerebbe che la cultura sia sempre più legata alle priorità politiche del duo Stati uniti-Unione europea. L’Occidente è cieco nei confronti delle sofferenze dei palestinesi. La guerra israeliana contro il Libano, le notizie quotidiane dal ghetto di Gaza non commuovono l’Europa ufficiale.
In Francia, lo sappiamo, è praticamente impossibile criticare Israele. In Germania pure, per motivi particolari. Sarebbe triste se l’Italia imboccasse la stessa strada. Quante volte dobbiamo sottolineare il fatto che criticare le politiche colonialiste di Israele non è una forma di antisemitismo?
Accettare quel principio significherebbe diventare vittime volontarie del ricatto cui l’establishment israeliano ricorre per tacitare le voci dissenzienti. Ma ci sono alcune persone coraggiose, come Aharon Shabtai, Amira Hass, Yitzhak Laor e altri, che criticano Israele e non intendono permettere che le loro voci siano imbavagliate in questo modo. Shabtai si è rifiutato di partecipare a questa Fiera. Come avrei potuto fare altrimenti.
Una cosa è difendere il diritto di Israele a esistere, come faccio e ho sempre fatto. Ma da questo a trarre la conclusione che il diritto di Israele a esistere si traduca nella concessione di un assegno in bianco per fare ciò che vuole di quanti ha espulso, e che tratta come untermenschen, è inaccettabile.
Personalmente sono favorevole a un solo stato israeliano-palestinese in cui tutti i cittadini siano pari. Mi si dice che questo è utopistico. Può darsi, ma è l’unica soluzione a lungo termine.
Per via degli argomenti di cui trattano i miei romanzi, mi viene spesso chiesto (l’ultima volta a Madison, nel Wisconsin) se sarebbe possibile ricreare l’epoca migliore della al-Andalus e della Sicilia, quando tre culture coesistettero a lungo. La mia risposta è la stessa: oggi l’unico luogo dove essa potrebbe rivivere è Israele/Palestina.
Viviamo in un mondo di doppi standard, ma non è necessario accettarli. A volte accade che individui e gruppi a cui viene fatto del male, infliggano il male a loro volta. Ma la prima cosa non giustifica la seconda. E’ stato l’antisemitismo europeo a tollerare il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, genocidio di cui i palestinesi sono ora diventati indirettamente le vittime.
Molti israeliani sono consapevoli di questo fatto, ma preferiscono non pensarci. E molti europei oggi guardano ai palestinesi e ai musulmani così come un tempo guardavano gli ebrei. Questa è l’assurda ironia cui assistiamo nei commenti sulla stampa e in televisione, virtualmente in ogni paese europeo. E’ un peccato che la burocrazia della Fiera del libro di Torino abbia deciso di assecondare i nuovi pregiudizi che spazzano il continente. Auguriamoci che il loro esempio non sia seguito da altri.
(Traduzione Marina Impallomeni, da Il manifesto))

Fiera del libro di Torino, dubbi, sensazioni e trappole (di Maurizio Matteuzzi)

febbraio 10, 2008
Devo dire che invidio le certezze delle autorevoli opinioni apparse sul nostro giornale, nettamente contrarie alla proposta di boicottaggio contro la scelta dello stato di Israele quale ospite d’onore alla prossima Fiera del libro di Torino, e anche della grande maggioranza delle lettere pubblicate dal manifesto, assolutamente favorevoli al boicottaggio.
Confesso di non avere le certezze né delle prime né delle seconde. E di essermi trovato in piena sintonia, finora, solo con l’intervento di Michele Sarfati: le sue considerazioni e i suoi dubbi sono i miei. Dubbi rafforzati anche dal ricordo che il compianto – e grande – Edward Said una volta si espresse contro il boicottaggio a istituzioni accademiche e culturali israeliane.
Certezze no, dubbi sì. E sensazioni. Sensazioni – confesso – di disagio e di fastidio. Non tanto per le candide argomentazioni del direttore della fiera Ernesto Ferrero raccolte nell’intervista di Francesca Borrelli (il manifesto del 30 gennaio, ndr). Se non fosse che il giornale israeliano Haaretz ha spiegato per primo come tutta l’operazione sia nata dal ministero della cultura di Israele e dall’ambasciata israeliana a Roma per celebrare degnamente – e politicamente – i 60 della nascita dello stato ebraico, verrebbe solo da chiedersi: in che turris eburnea vive il signor Ferrero?
La sensazione di disagio e fastidio mi viene dagli interventi più «nostri». Quelli di Valentino Parlato e Marco d’Eramo.
In sintesi – e scusandomi per i rischi sempre presenti nelle sintesi – Valentino, nel suo primo articolo e poi nella risposta alle lettere di critica al suo articolo, si è provato a spiegare perché è sbagliato – anzi perché non si può – boicottare Israele e, prescindendo completamente dalla situazione reale sul campo – ossia che lo stato di Israele pratica una politica di occupazione-espansione permanente contro i palestinesi e una scientifica politica di apartheid contro i «suoi» cittadini di etnia araba, e quindi è uno stato colonialista e razzista -, al termine di un excursus storico con le immancabili citazioni di come si arrivò, nel ’48 all’Onu, alla nascita dello stato ebraico, dei pogrom e della Shoah, arriva una conclusione micidiale: l’identificazione fra gli ebrei e lo stato di Israele. Una conclusione poi «arricchita» in una successiva intervista a La Stampa in cui, parlando del boicottaggio, conferma l’esistenza di un anti-semitismo «di sinistra».
Con queste affermazioni Valentino, a mio parere, si è cacciato in diverse trappole, una peggio dell’altra. La prima è, appunto, l’identificazione più o meno assoluta fra gli ebrei e lo stato di Israele. La seconda è l’equazione fra l’anti-sionismo (l’ideologia «socialista» alla base della fondazione dello stato ebraico) e l’anti-semitismo. La terza è che la critica contro le politiche adottate fin qui dai governi israeliani equivale a voler buttare a mare lo stato di Israele che, en passant, è la terza potenza militare al mondo, con tanto di fornitissimo – per quanto illegale – arsenale atomico.
Nell’intervento di Marco d’Eramo, dotto e ricco di citazioni, mi ha colpito il richiamo a contrariis del Sudafrica dell’apartheid, di Nelson Mandela e Nadine Gordimer (non parlo, per rispetto dell’intelligenza di Marco, del paragone fra «i buoni» di Hamas e «i cattivi israeliani»). Non mi risulta che Mandela, nei 27 anni passati nel carcere di Robben Island, fosse contrario al boicottaggio internazionale – in tutte le forme e i campi – contro il Sudafrica segregazionista e il miracolo della transizione pacifica che nel ’94 portò attraverso negoziati alla democrazia a-razziale e al paese rainbow non ha niente a che vedere con il boicottaggio durante gli anni della lotta armata, in cui anche l’immenso Mandela era definito un «terrorista». Fra l’altro i negoziati avvennero solo dopo che F. W. De Clerk fu costretto a liberarlo per via (anche) della campagna mondiale di boicottaggio e a accettare una trattativa da pari a pari col suo nemico. Tutt’altro discorso è perché fra i palestinesi non ci sia un Mandela (forse anche perché quelli che potevano esserlo – due nomi a caso: Arafat e Marwan Barghouti – sono stati liquidati dagli israeliani, fisicamente o politicamente?). Bisognerebbe però chiedersi perché neppure fra gli israeliani sia mai apparso – almeno – un De Gaulle (l’unico che forse c’era, Rabin, fu assassinato da un fondamentalista ebreo, non di Hamas). Ma questo è un altro discorso.
A me risulta che durante l’apartheid i più grandi scrittori sudafricani – la Gordimer, Breyten Breytenbach, John Coetzee, André Brink per citare solo i più famosi – fossero o in esilio o in carcere e che i loro libri fossero banditi nel Sudafrica segregazionista. Non che andassero in giro per le fiere letterarie all’estero su iniziativa del ministero della cultura di Pretoria per presentare la faccia buona – e perfino critica – del regime di apartheid. Per caso qualcuno sa se Nadine Gordimer sia mai andata – e se sarebbe mai andata – a una qualche fiera del libro sponsorizzata dall’ambasciata di P. W. Botha?
Si potrebbe ribattere che proprio questo fa la differenza fra Israele e il Sudafrica bianco. Ma si potrebbe anche controbattere che proprio questo fa la differenza fra gli scrittori «critici» sudafricani di allora e gli scrittori «critici» israeliani di oggi.
Perché alla fine la domanda a cui rispondere – a meno di non prendere per buona l’invincibile separazione fra la cultura e la politica che è il succo della lettera della signora Elisabetta Sgarbi della Bompiani – è una, e molto semplice: lo stato di Israele – indipendentemente dal fatto se sia lo stato di tutti gli ebrei – pratica o no una politica colonialista, razzista e di apartheid? Se sì, come si reagisce: con gli attentati, il terrorismo e i kamikaze come fanno i palestinesi ritrovandosi più soli, perdenti (e esecrati) che mai? Con la resa incondizionata allo stato delle cose e ai rapporti di forza? O, esponendosi alle rituali accuse di anti-semitismo, con il boicottaggio, che in fin dei conti è uno strumento pacifico? Io, al contrario dei «nostri» interlocutori, non ho risposte certe.
Mi sembra convincente la proposta contenuta nella lettera di Isabella Camera d’Afflitto: seguire la decisione dell’Unione degli scrittori palestinesi e arabi.
O se no io proporrei di chiedere agli scrittori israeliani invitati, che rappresentano la faccia «buona» e «dialogante» di Israele – i Grossman, gli Oz, gli Yehoshua -, di farsi carico personalmente di invitare gli scrittori e i poeti palestinesi, come condizione sine qua non per la loro stessa presenza. Sarebbe sempre una finzione di parità, perché la Fiera del libro di Torino (basta andare sul suo sito web per verificarlo, come ricordava Sarfati) resterà sempre la celebrazione concomitante dei 60 anni dello stato di Israele e della «catastrofe» palestinese. Ma almeno sarebbe un passo.

29 marzo e 10 maggio cortei di protesta contro la fiera del libro di Torino che ha invitato Israele come ospite d’onore.

febbraio 10, 2008

Alle accuse  i promotori del boicottaggio respingono: «Nessuno vuole impedire agli scrittori israeliani di parlare», spiega Sergio Cararo di Forum Palestina. «Quello che contestiamo è la coincidenza tra la decisione di proclamare Israele Stato ospite d’onore e la celebrazione del sessantesimo anniversario della fondazione di Israele. Se l’invito fosse stato fatto tra due anni non ci sarebbe stata nessuna polemica». Ma così non è stato e per questo il Forum ha organizzato due cortei di protesta a Torino per il 29 marzo e il 10 maggio, insieme a una settimana di iniziative contro il salone con spettacoli, mostre, presidi e incontri politico-culturali.

Marcello dell’Utri condannato

maggio 17, 2007

 WWW.CENTOMOVIMENTI.COM – 16 MAGGIO 2007
Dell’Utri condannato a braccetto col boss: la notizia non s’ha da dare

Stefano santachiara

La Corte d’Appello di Milano ieri mattina ha confermato la condanna a 2 anni di reclusione per Marcello Dell’Utri e per il boss trapanese Vincenzo Virga, riconosciuti colpevoli di tentata estorsione aggravata ai danni del presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa. Sono stati accertati i fatti denunciati: all’inizio del 1992 Virga, condannato per mafia e omicidio e tuttora in carcere, luogotenente di Provenzano, mago dell’imprenditoria e degli appalti con beni sequestrati per svariati miliardi, fece visita a Garraffa per riscuotere 700milioni di lire, il 50% di una sponsorizzazione, pretesi in nero da Dell’Utri, che aveva già minacciato Garraffa in precedenza: “Io le consiglio di ripensarci. Abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”.

Nessun telegiornale italiano ne ha parlato, in tutte le edizioni non è stata letta neppure la nota d’agenzia: la notizia della condanna a braccetto di un boss mafioso e del braccio destro dell’uomo politico più potente del pianeta oltrechè ideatore del primo partito italiano, non s’ha da dare. Dell’Utri, già condannato in via definitiva a 2 anni per frode fiscale e false fatturazioni a Torino, più altri 6 mesi patteggiati a Milano per altre false fatture di Publitalia, nel dicembre 2004 è stato condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa assieme al coimputato Tanino Cinà, poi prematuramente scomparso.
“L’imputato- si legge nella sentenza dei giudici di Palermo- ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla ‘vendettà di Cosa nostra) e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali e economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a Cosa nostra (…). Si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui Cosa nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello (…). Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perché era in corso il dibattimento di questo processo penale (…). E’ significativo che Dell’Utri, anziché astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli, sempre nell’indimostrata ipotesi che fosse stato lo stesso Berlusconi a chiederglielo), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di Cosa nostra e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale, come si è visto, disposto a pagare pur di stare tranquillo)”.

Cosa accadrebbe se il falco di Bush venisse condannato per aver cercato di riscuotere il pizzo a Little Italy ed incontrasse mafiosi ovunque, da Londra a Catania? Se il braccio destro di Blair gli avesse portato a palazzo uno stalliere mafioso considerato testa di ponte del narcotraffico, arrestato e scarcerato più volte coi due Lord sempre pronti a riaccoglierlo a braccia aperte e scoperti- da un’intercettazione- a ridere del sospetto che avesse fatto esplodere una bomba a fini estorsivi? Se il fondatore del partito di Sarkozy fosse riconosciuto da un Tribunale come referente dei marsigliesi da trent’anni, prima in seno all’impresa del presidente e poi direttamente alla sua forza politica? In una democrazia la notizia campeggerebbe per giorni sulle prime pagine di giornali e telegiornali, con successivi approfondimenti ai raggi X delle gesta di chi, essendo un uomo pubblico, viene giudicato e allontanato già per i comportamenti immorali, figurarsi per i reati. Il pregiudicato in questione sarebbe cacciato con infamia da tutta la classe politica, destra e sinistra, nessuno accetterebbe più di recitare spettacoli, come fece l’attore Carlo Rivolta dopo la condanna di Palermo, o presentare libri con gente del genere.

In Italia, se la Disinformatja riesce a cancellare totalmente la notizia il centrodestra non ha più nemmeno bisogno di ripetere le litanie su toghe rosse e giustizia politica, appaltate negli anni da Berlusconi ai fedeli An (l’ex magistrato Mantovano paragonò i giudici di Palermo che condannarono Dell’Utri e il mafioso Cinà ai “nazisti in fuga che facevano le rappresaglie”) e Udc(l’indipendente Casini passò alla storia perché da presidente della Camera volle esprimere solidarietà a Dell’Utri sub iudice). Il centrosinistra invece, con molto fair play, non commenta le sentenze di condanna. Come se fosse un fatto ininfluente per le istituzioni e la vita pubblica la presenza in Parlamento di mafiosi, omicidi, evasori, corrotti e corruttori, buon ultimo il pregiudicato per corruzione Cesare Previti, che non pago di aver evitato il carcere grazie all’ex Cirielli, allo sconto dell’indulto e all’affidamento ai servizi sociali previsto dalla Simeone-Saraceni, è riuscito a portare a casa il malloppo anche a sentenza definitiva: dal maggio scorso, quando la condanna della Cassazione ha sancito la sua interdizione ai pubblici uffici, ha già incassato 132mila euro come deputato. Le eccezioni politiche sono rappresentate dal Bossi prima della cura- fotografata negli appunti del giornalista Sasisini- che chiamava Berlusconi “mafioso di Arcore”,e da poche altre mosche bianche, spesso ex magistrati, parenti di vittime della criminalità organizzata, uomini e donne da sempre in prima linea. La maggioranza dei politici che non ha legami con la mafia non fiata per omertà. Poi, passata a’nuttata, ci pensano i dalemiani a parlare. La catanese Anna Finocchiaro, supercandidata alla guida del Pd, ha sottolineato che il problema di Andreotti è l’età e non le “vicissitudini giudiziarie”, ossia la prescrizione per il senatore a vita del “reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra commesso fino alla primavere dell’80″. L’onnipresente Nicola Latorre, tra una condanna e l’altra di Dell’Utri, tiene a far sapere che “con il senatore esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui (Dell’Utri) è estremamente positiva: penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore”. E il gran capo della Bicamerale, interpellato da Piero Ricca, ha ammesso di avere a cuore la legge-bavaglio che sta per essere licenziata al Senato nonostante i mal di pancia della sinistra, di rutelliani, prodiani e tutti coloro che non hanno scheletri negli armadi. La legge infatti impedirà agli italiani di essere informati dai pochi giornali indipendenti sulle indagini e dunque su tutti gli scandali del potere, e limiterà in modo devastante le intercettazioni della magistratura (prorogabili dopo 90 giorni solo in presenza di nuovi elementi con una riduzione dei centri d’ascolto da 166 a 23). Ormai gli elettori hanno capito il giochetto di intestare ogni indecenza al prestanome Mastella, dall’indulto salva-Previti e Consorte alla mancata abolizione delle leggi-vergogna alla legge sul conflitto d’interessi che col blind trust non risolve nulla, e vorrebbero sapere di chi si possono fidare. Anche se i numeri in Parlamento li vedono sconfitti, gli onesti battano un colpo

Amici di amici sono nostri alleati

maggio 5, 2007

Gli amici degli amici è facile che siano anch’essi amici.

Così  eccoci qui a riproporre la lista dell’alleanza Batscebiana,

ben inteso, lei è la prima sister di Guerrilla Radio.

guerrillaradio  (ma è Z?)
les yeux dans les yeux
immagineafrica
scarabocchio di comicomix 
gintonic76

si aggiungono a

2loud
aitan
astime
batsceba
cinemavistodame
contrappunti critici
jazzer
la tenda rossa
favole e realtà
amalteo
nuove alterazioni
sullivan street
the number six
tangerine

Dancing through wind and sand
Il titolo non c’è
BraGiu.net
Burning Bright
El café de Ocata (spagnolo!)
L’Orizzonte degli Eventi* (già nominata) 
Galdo (già nominato) 
Il vaso di Pandora 
Pensatoio Brunius
 
Batsceba 
UnSognoPerDomani 
Galdo 
Il blog di Chit 
WebLogin
 
L’Orizzonte degli Eventi 
Sid05 weblog 
Simply My Blog 
Gidibao’s Cafè 
Al centro dell’universo e dintorni 
Cogito ergo sum  
Curly and the universe 
LabottegadiKit  
La fabbrica di noci 
An Can Dubh 
Appunti 
Cronache di un’anima inquieta 
Filcusum 
Il mio posticino riflessivo 
Sogno 
La gatta sul tetto che scotta 
Andrea 
Antonio 
Avant de Dormir 
Federico 
Kalispera 
Lilla 
Mariko 
Ossimorosa 
Perlinavichinga 
Paola Gatta Nera 
Silykot 
Soleluna

by

http://batsceba.splinder.com/


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