Mohammed Bakri, l’effetto censura

“Il Manifesto” 31-01-08

In 30 città italiane il film boicottato da Tel Aviv sui massacri della primavera 2002. Incontri e dibattiti con il regista e attore israelo-palestinese che ci racconta il dramma dei territori. Il suo nuovo lavoro, «Layla’s Birthday», è una satira sui politici di entrambi i fronti Non posso dimenticare che stanno impedendo di esprimermi. Loro boicottano me e io boicotto loro!
Chiara Organtini
Roma
Strano che questa vicenda censoria, non ancora conclusa, abbia occupato finora così poco spazio sui media occidentali. Torniamo dunque a parlare del «caso Bakri», proprio a qualche ora di distanza dalla giornata della memoria, di cui si sta celebrando ancora il ricordo con proiezioni e dibattiti in giro per l’Italia, e nel mezzo delle polemiche e delle richieste di boicottaggio legate alla Fiera del libro di Torino, che accoglierà Israele come ospite d’onore. Stiamo parlando del cineasta Mohammed Bakri, il regista e attore arabo-israeliano di Private e di tanti altri noti film, apprezzati e premiati in tutto il mondo, come La masseria delle allodole, Hanna K e Oltre le sbarre, che è in questi giorni in Italia (Napoli, Roma, Torino, Pisa, Bologna) per ricordare la sua assurda storia di filmaker censurato, sotto processo in Israele per il documentario che ha realizzato, Jenin Jenin, e in attesa di una sentenza, prevista per il 28 febbraio, che potrebbe costargli 2.500.000 di shekel (500.000 euro) per aver «manipolato» alcune dichiarazioni di quattro militari israeliani. Molti intellettuali e cineasti italiani si stanno mobilitando e hanno firmato un appello web in suo favore. Tra questi Mario Monicelli, Mario Martone e Saverio Costanzo, che lo ha diretto appunto in Private nel 2004.
Non è, per te, un bel momento per parlare di libertà d’espressione in Israele …
Per «Misrter Bakri» non è mai un bel momento! Soprattutto se si tratta di parlare di Israele, in una posizione, direi, non così confortevole… Ad ogni modo era opportuno tentare di fare qualcosa. Andrea Del Grosso, Nicola Perugini e Marco Dinoi (che è venuto a mancare il 15 gennaio scorso, N.d.R.) hanno lavorato molto per questa iniziativa: portare il mio Jenin Jenin in giro per l’Italia e farmi partecipare a incontri e dibattiti per poter raccontare quel che mi sta succedendo e quel che sta succedendo in Israele. A questo hanno aggiunto un appello sul web per raccogliere quante più adesioni possibili, quelle di cineasti e intellettuali italiani…
Costanzo ribadisce la sua completa solidarietà in questa faccenda, ricordando che, nel 2004 (era già in corso il processo) nessuno in Israele volle acquistare il film proprio a causa della sua presenza. Lei stesso profettizzò a Costanzo, ancora prima che «Private» uscisse, che per la sua presenza si sarebbe trovato in mezzo a tanti problemi… Ma, a parte l’Italia, in Israele qualcosa si sta muovendo?
Le risponderò ricordando un aneddoto capitatomi giusto qualche tempo fa, mentre ero a Roma per lo spettacolo «Al Kamandjati», assieme ad Amira Hass. Eravamo alle prove e le chiesi: ‘Amira, ma come valuti la mia posizione e quel che mi sta succedendo?’ Bè, sappiamo tutti che Amira è una bravissima giornalista, coraggiosa, e che vive a Ramallah da diverso tempo. Ebbene mi rispose: ‘Io non posso dirti nulla, non me la sento di prendere una posizione ‘.
Dal punto di vista professionale le cose sono cambiate da quando è iniziato il processo?
Hanno eretto un altro muro… tra me e loro. Un muro che non mi permette di lavorare più in Israele, o almeno di lavorare come facevo prima: a teatro e al cinema. Non riesco più a farmi vedere, a ricordare chi ero e chi sono, a darmi la possibilità magari indiretta di difendermi. Cancellato. Sono stato volutamente cancellato.
Però qualcosa sta facendo…
A dicembre abbiamo finito le riprese del nuovo film di Rashid Masharawi – giovane regista palestinese, autore di Attente (2005), Ticket to Jerusalem (2002), Haifa (1996) – il cui titolo ancora non è sicuro, forse Layla’s Birthday, ma che potrebbe avere qualche chance di partecipare al festival di Cannes. Ma è una storia che certo non accontenterà né gli israeliani né i palestinesi, pur presentandosi come una commedia. È un film costruito sul paradosso della società palestinese: sull’incapacità della politica di farsi carico dei problemi della gente proprio perché il conflitto devia molte delle risorse. È un attacco all’Autorità Palestinese, alla polizia, al sistema giudiziario, alla politica. Io, come attore protagonista, sono un uomo qualsiasi, ordinario, preciso, diligente, quasi maniacale nei miei rituali. Nel bel mezzo di un attacco israeliano mi metto in testa di cercare un regalo per mia figlia, e di trovarlo a tutti i costi, mentre intorno a me si scatena l’inferno. Nonostante tutto quel che mi capita, tutto quello che osservo che non funziona, tutto quello che vedo è sbagliato; riesco a tornare a casa, prima del coprifuoco con delle candele e una torta per mia figlia… Con un po’ di normalità. Una normalità cercata a tutti i costi.
Torniamo in Italia. Ha seguito il dibattito che si è accesso sulla centralità di Israele nella Fiera del Libro di Torino? Come valuta il fatto che alcuni intellettuali, giornalisti e politici stiano tentando un boicottaggio paragonando gli israeliani agli afrikaner del Sudafrica e alla loro politica di apartheid, nei confronti dei palestinesi?
Non ho seguito molto da vicino il dibattito, anche perché probabilmente in Israele non gli si è data tutta questa enfasi come in Italia. E se ne possono immaginare le ragioni. Ho saputo però che Mahmoud Darwish – il grande poeta palestinese – così come altri non parteciperanno. Dal mio punto di vista il boicottaggio è giusto. Come puoi parlare di cultura e di libertà, perché le due cose sono strettamente legate, senza considerare quel che avviene nel tuo paese, cioè in Israele? Come possono dimenticare il fatto che stanno impedendo di esprimermi, a me come ad altri, e conducendo una causa contro la libertà d’espressione in Israele? D’altronde come spiegare il fatto che addirittura il canale satellitare franco-tedesco Artè, che aveva comprato Jenin Jenin, non lo sta mandando in onda, come spiegarlo se non con il boicottaggio? Loro boicottano me e io boicotto loro!
Cosa ti aspetti da un’iniziativa di sostegno come questa, che ti ha fatto incontrare anche qui a Roma un pubblico finora sconosciuto, e che ha avuto il merito di raccogliere i palestinesi che lavorano sparsi per l’Italia, di farvi sentire un po’«nazione» fuori dal vostro paese?
Sinceramente non mi aspetto molto. Non perché non ci creda, anzi, ma perché l’unica cosa che può essere in grado di fare un’iniziativa così è portare tra la gente la libertà che rappresento, la libertà negata. Credo che possa scuoterli, spingerli a difendere anche la loro in nome della mia. Ognuno, anche se non regista o attore o comunque artista, deve difendere la propria. Sempre.
A chi l’altra sera, nella folla della Libreria del Cinema, gli chiedeva come fa ancora ad essere così ingenuo contro i più forti, Bakri candidamente rispondeva: «Sono orgoglioso di essere ancora così ingenuo e naif».
Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: